ATLANTI, RITRATTI E ALTRE STORIE

ATLANTI, RITRATTI E ALTRE STORIE

6 giovani fotografi europei

a cura di Walter Guadagnini

 

La mostra raccoglie le personali dei tre vincitori dell’open call lanciata da Fotografia Europea 2020, a cui si aggiungono altri tre progetti selezionati sempre dalla giuria composta da Walter Guadagnini – direttore artistico del Festival, Maria Pia Bernardoni – curatrice progetti internazionali del LagosPhoto festival e Oliva Maria Rubio – curatrice indipendente.

Uno accanto all’altro, all’interno delle sale di Palazzo da Mosto, si susseguono i racconti intimi e personali di Alexia Fiasco, Alessandra Baldoni, Manon Lanjouère, Francesco Merlini, Giaime Meloni e Denisse Ariana Pérez. I percorsi si intrecciano tra rimandi inconsapevoli caratterizzati dalle particolari visioni dei singoli autori.

Già dal titolo si comprende come la ricerca di Alessandra Baldoni si ponga in una relazione di continuità con il celebre Bilderatlas dello storico dell’arte Aby Warburg: atlante di immagini (dedicato alla dea della memoria), dove lo studioso tedesco esplorava le sopravvivenze e le permanenze, le latenze e le ritornanze dell’arte figurativa occidentale.

Ma l’opera di questa autrice rimanda pure a un grande autore come Gerhard Richter, che nel suo Atlas (work in progress dal 1962) fa confluire immagini trovate e scattate da lui stesso, schizzi e ritagli di giornali, creando nuovi rimandi e connessioni che riannodano tra loro varie dimensioni temporali.

Baldoni non segue però un approccio antropologico e storiografico come quello di Warburg, il quale, a partire da immagini esistenti, le riconnetteva secondo una logica dialogica basata sulle sopravvivenze. E neppure ha un’attitudine enciclopedico-classificatoria: lei non vuole catalogare e mettere in ordine, ma creare nuovi accostamenti che ridiano vita al rapporto tra passato e presente, tra storie e vissuti, tra natura e interiorità.

 

La mostra è a cura di Gigliola Foschi

 

Alessandra Baldoni (Perugia, 1976) vive e lavora a Magione (Perugia). Le sue foto sono il risultato di “piccole sceneggiature scritte per uno scatto”, mette in scena geografie esistenziali in cui ognuno può riconoscersi.

“The Denial” è una serie di documentary fiction onirica e senza tempo, basata sulla misteriosa storia della sua famiglia.

Come giovane figlia di un’immigrata, Alexia Fiasco è cresciuta nella negazione delle sue radici, alla ricerca dell’integrazione e con pochissima conoscenza della storia della sua famiglia. Suo padre abbandonò le Isole di Capo Verde alla giovane età di 13 anni e non vi fece più ritorno.

Alexia scoprì il Paese per la prima volta nel 2017. Si recò sulle isole alla ricerca del passato di suo padre per trovare delle risposte. Tornò dal suo viaggio con altre domande e foto da un album di una famiglia che non trovò mai.

 

La mostra è a cura di Marie Gomis-Trezise

 

Alexia Fiasco (Parigi, 1990) vive e lavora a Parigi. Ha studiato fotografia all’Ostkreuzschule di Berlino e nella sua opera esplora le nozioni di identità e dualità.

Con questa raccolta di immagini da diverse serie fotografiche, Manon Lanjouère propone di descrivere una nomenclatura, comporre una bibliografia e raccontare le origini dell’Universo. Le storie immaginarie che crea equivalgono a produrre immagini di fantasia che alimentano l’immaginazione, essenziale per la cultura popolare tanto quanto per ragionamento accademico.

Attraverso questa produzione, mescolando fotografia, poesie, schizzi o vari oggetti, tenta di mostrare attraverso “l’immagine artificiale” ciò che non è visibile ad occhio nudo. Mentre l’esplorazione raggiunge i limiti del rilevabile e comprensibile, l’artista fa affidamento sulla creatività e l’immaginazione dei ricercatori per spingere i confini, portando la scienza e l’arte a reinterpretare l’Universo.

 

Manon Lanjouère (Parigi, 1993), vive e lavora a Parigi. Dopo una laurea in Storia dell’arte alla Sorbonne di Parigi, ha deciso di dedicarsi completamente alla fotografia, concentrandosi sull’interazione tra uomo e natura.

“Unheimlich”, tradotto in italiano con il termine perturbante, contiene nella sua complessità semantica quel senso di impotenza e di spaesamento che si avverte quando visitando un luogo per la prima volta ci si ritrova davanti ad elementi che sembrano conosciuti. Questo sentimento scatena delle reazioni contrastanti ed antitetiche come la calma e la paura.

Applicato allo spazio labirintico della colonia per bambini dell’ex villaggio Eni di Corte di Cadore Das Unheimliche permette di interrogarsi sulla familiarità inquieta di questo luogo: «Sono già stato qui?»

Das Unheumlich rappresenta una metafora sulla condizione dell’abitare contemporaneo. Questa esperienza mette in valore la necessità umana di costruire una dimensione domestica all’interno dello spazio generico, lavorando sul registro intangibile ma palpabile dell’inconscio. La ricerca del territorio familiare include in maniera antitetica anche la sua negazione, della quale il perturbante è in maniera ambigua la definizione. Il ripetersi incessante di alcune forme, materie e colori all’interno della sequenza evoca questo percorso di ricerca di un punto di riferimento capace di generare quel senso di familiarità con il luogo.

 

Giaime Meloni (Cagliari, 1984) è un ricercatore visivo, vive fra l’Ile-deFrance e la Sardegna. Esplora empiricamente l’utilizzo della fotografia come strumento di riproduzione/invenzione dello spazio ordinario.

Per molti anni l’artista ha cercato di raccontare una valle in cui è nato e dove ha trascorso molto tempo fin da bambino, sebbene sia cresciuto in una grande città come Milano. Ad un certo punto mette da parte ogni tipo di approccio documentaristico con la consapevolezza di non essere mai stato interessato alla bellezza del paesaggio naturale, ma a dar voce ad un luogo che cambia, protegge e distrugge le persone, attraverso la sua esistenza nelle nostre vite.

Nel lavoro di Merlini i ricordi del tempo trascorso nella valle si mescolano a sogni, incubi e visioni che la sua mente ha ambientato in questo luogo familiare e allo stesso tempo distante, attingendo a una sorta di realismo magico.

In un tempo in cui le persone guardano le fotografie sempre più velocemente, ho deciso di usare un linguaggio fotografico che inducesse l’osservatore a soffermarsi, a avvicinarsi e a strizzare gli occhi per abituarsi all’oscurità di queste immagini iridescenti che rivelano un viaggio personale verso la resa dei conti con questa valle.

 

Francesco Merlini (Aosta, 1986) vive e lavora a Milano. Dopo una laurea triennale in Industrial Design ha scelto di concentrarsi unicamente sulla fotografia, lavorando principalmente su progetti, reportage ed editoriali.

Albinism, Albinism è un progetto fotografico in corso. La serie va a catturare la bellezza dei ragazzi nati con l’albinismo (un’assenza di pigmentazione negli occhi, nella pelle e nei capelli), con lo scopo di creare consapevolezza attraverso la bellezza, evidenziando la valenza estetica dei suoi soggetti piuttosto che ritrarli come vittime.

La prima edizione della serie, Albinism, Albinism I, è stata realizzata in Tanzania, storico luogo di violenze, omicidi e segregazione contro gli albini. La seconda edizione della serie, ancora inedita, in Uganda, un paese in cui la segregazione sociale verso l’albinismo è meno pressante. La seconda edizione presenta quattro giovani uomini albini di diversi ceti sociali: dal musicista di dancehall professionale ugandese all’attivista.

 

Vedo il mio lavoro come una via di mezzo, una terra di nessuno, tra realtà e fantasia, motivo per cui non potrei mai intendere il mio lavoro come puramente documentario. Mi piace costruire una fantasia attorno a ciò che già esiste, attorno a ciò che è già lì. Vedo che è un esercizio costante che consiste nel sognare e cercare la bellezza ovunque io sia. In questa serie ho reinventato paesaggi per mostrare tenerezza e sensibilità e un’aura quasi eterea in persone che non sono sempre umanizzate dalle loro comunità”.

 

Denisse Ariana Pérez (Repubblica Domenicana, 1988) vive e lavora a Copenaghen. Scrittrice e fotografa, è ossessionata dal dialogo fra parole,
persone e immagini.

una produzione                                 promossa da

                                   

 

nell’ambito di                                       in collaborazione con                                     con il contributo di

                                                                       

 

special sponsor                                       main sponsor

                                                 

 

sponsor                                                    sostenitori

                                           

 

sponsor tecnici

            

SEDE

Palazzo da Mosto
via Mari 7
Reggio Emilia

1


Orari

In ottemperanza al DPCM del 04/11/20 la mostra è chiusa fino al 3 dicembre

Ven, sab, dom: 10:00 - 19:00
Aperture straordinarie:
24 novembre
8 dicembre
1 gennaio (ore 15-19)
6 gennaio
Chiuso il 25 dicembre

Biglietti

Biglietto unico True Fictions + Atlanti, ritratti e altre storie
Intero € 10
Ridotto € 8
Studenti (19-26 anni) € 6
Ragazzi (6-18 anni) € 5
Biglietto famiglia da € 11 a € 28

Categoria
Palazzo da Mosto