Made in Japan

Il fascino e gli enigmi del Paese asiatico raccontati da una pluralità di sguardi contemporanei.

Il Giappone? Il secondo satellite della Terra dopo la Luna”. Così il filosofo Jean Baudrillard definiva, a metà degli anni ‘80, il luogo del futuro realizzato, stupefacente ibridazione di cultura tradizionale, iper-capitalismo e traumi bellici.

Ma, passati trent’anni, in che galassia dell’immaginario gravita oggi questa terra affollata da quasi 130 milioni di individui che condivide con l’Italia il più basso tasso di natalità del mondo?

Potremo scoprirlo ai Chiostri di San Pietro dove il Paese del Sol Levante è ospite della 14° edizione di Fotografia Europea. Uno sguardo duplice: dall’interno – con alcuni dei più interessanti nomi della scena nipponica contemporanea – e dall’esterno, grazie al contributo di un gruppo di fotografi europei e asiatici.

Ryuchi Ishikawa viene dall’isola Okinawa – passato teatro di guerra e occupazione sospeso tra Giappone, Cina e… USA. Qui ha maturato la sua vocazione artistica. Qui ritorna per verificare la propria poetica. Il progetto “Mitsugu” nasce da un incontro su Facebook con un altro figlio che ritorna sull’isola: prima era emigrato in Europa per vivere in maniera libera la propria omosessualità; ora torna per occuparsi degli anziani genitori. Una riflessione sull’identità, sul rapporto con gli affetti e il passato, sulle connessioni tra storia collettiva e scelte personali.

 

 

Motoyuki Daifu e la cinese Pixy Liao sondano, invece, dimensioni intime. Il primo ritrae la madre nell’ironica serie “Holy Onion”. La seconda riflette su identità e ruoli nella propria relazione con un giovane ragazzo giapponese di cinque anni più giovane. Questa differenza anagrafica “inedita” – in genere sono gli uomini ad essere la parte “matura” di una coppia – innesca diverse conseguenze impreviste: dal capovolgimento dei rapporti erotici e di potere alla valutazione sul complicato legame storico tra cinesi e giapponesi. Il tutto colto con l’immediatezza dell’autoscatto e l’ironica, quasi fiabesca, attitudine di un artista che ha riscosso molta attenzione internazionale con l’audacia di questo progetto.

Un dominio autobiografico indagato anche dall’italiano Vittorio Mortarotti, il cui lavoro prende il nome dal comando con cui il presidente Truman ordinò il bombardamento atomico di Hiroshima: “The First Day of Good Weather”. Piano individuale (le tracce e il ricordo del fratello scomparso rintracciato a partire dalla figura della fidanzata Kaori originaria della città di Machida) e collettivo (l’incubo nucleare tra le Bombe del 1945 e Fukushima) si sovrappongono in un racconto che è anche un viaggio sentimentale tra i segni materiali della distruzione e quelli sedimentati nella memoria.

 

 

Inevitabile poi l’incontro con la dimensione tecnologica e del progresso: Kenta Cobayashi investiga manipolazione tecnica e disseminazione percettiva; Pierfrancesco Celada, vincitore dell’Open Call, ci mostra la vita nella Taiheiyo Belt, grande megalopoli da 80 milioni di abitanti; la francese Justine Emard assimila il fenomeno dell’intelligenza artificiale alla gestazione di un mondo nuovo dai sorprendenti risvolti metafisici.

Perchè in quell’isola favolosa che Marco Polo chiamava Cipango le strade dell’evoluzione conducono sempre a mete inaspettate…

 

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