Intervista a Larry Fink

Dai beat ad Andy Wharol, dai party dei vip alla gente comune, dall’impegno politico all’interesse per gli insetti. Larry Fink ha attraversato con la sua reflex oltre cinquant’anni di storia ritrovandosi sempre nel posto giusto. La bellezza delle sue immagini – che ritraggano una vedette del cinema, una manifestante o una mantide religiosa – è magnetica. Eppure a colpire in esse è anche il senso di immediatezza e una sincera apertura verso le cose del mondo. Alcuni dei suoi scatti più famosi, realizzati in strada o in situazioni informali, trasportano lo spettatore al centro della situazione e comunicano l’autentica necessità dell’incontro con l’altro.

In occasione della mostra evento “Unbridled Curiosity” abbiamo avuto la possibilità – e l’onore – di conversare con questo maestro di umanità e stile.

Insieme al curatore Walter Guadagnini hai scelto personalmente le fotografie in mostra a Reggio Emilia? Cosa ti ha guidato nella creazione di questo allestimento?

Walter ha fatto una selezione dalla nostra proposta iniziale. Una bella scelta. Poi, riguardando tale selezione più e più volte, ho capito che dovevo aggiungere tante altre immagini e toglierne qualcuna. È stata una bella collaborazione.

La linea guida che ho seguito per la selezione delle immagini all’interno della mostra è stata il tema stesso di Fotografia Europea 2019, che tratta di intimità, empatia e aspetti del profondo legame umano.

Nelle tue magnifiche immagini in bianco e nero – fin dagli anni Cinquanta – il senso della composizione e l’uso della luce sono formidabili e colpiscono immediatamente chi le guarda. Allo stesso tempo hai sempre dichiarato di non aver mai studiato fotografia….Come è nato il tuo stile?

Il mio stile si è sviluppato a partire dai miei impulsi emotivi e dal modo in cui osservavo le passioni umane e le loro interazioni. Devo dire che, anche se non ho mai studiato formalmente fotografia, a parte durante la mia relazione con Lisette Model, ho sempre studiato pittura.

E per pittura non intendo solo l’astrattismo moderno, ma anche maestri come Caravaggio, Tintoretto, Goya e Velazquez, Diego Rivera, Orozco, senza dimenticare Rembrandt, il maestro di tutti i maestri.

Ci è capitato di leggere alcune tue dichiarazioni dove “ringraziavi” tutto ciò che ti ha permesso (persone, cose, incontri, situazioni, ecc.) di entrare in relazione con il mondo. Quanto conta nel tuo essere fotografo il concetto di “generosità”?

Non è possibile separare il mio essere-fotografo dal mio essere-umano. Mi piace pensare di aver vissuto una vita generosa. Ma è importante non essere eccessivamente generosi, al punto da essere usati e sfruttati, poiché più si viene sminuiti, meno generosità si ha da condividere.

 

Tu sei stato testimone e partecipe dell’energia – creativa, politica, umana – sprigionata dagli anni Sessanta. Da qualche decennio sembra che quella potenzialità sia andata perduta… Secondo te esiste, è ancora in circolo nella società e, semplicemente, non siamo più in grado di intercettarla? Oppure è un capitolo chiuso e dobbiamo guardare altrove?

Siamo nel mezzo di un’epoca di grande e articolata malvagità. Potrei dire che, con la guida di Trump, siamo di nuovo i leader del mondo libero, ma questa volta si tratta della libertà di odiare. Dall’altro lato della medaglia, all’interno della tradizione della logica umana, c’è una profonda bontà che sta sorgendo e fortunatamente, l’emergere di queste potenti forze è adesso nelle mani delle donne. Era ora. È chiaro che gli uomini hanno mandato tutto aff****lo.

Sappiamo che sei un valente jazzista… Quale importanza hanno per la tua ricerca gli altri linguaggi artistici come l’arte figurativa e la musica?

Tutte le cose sono importanti. Tutto alimenta il centro. Il limite è nel centro. I veri artisti, di qualunque tipo, vivono con l’obiettivo di spingere il limite sempre più in là, perché quando sei al limite, barcollante, dominato dalla fortuna e dal caso, molte delle esperienze che fai sono come una rivelazione.

 

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