“Green Paradox” di Alice Jankovic (Genova, 1996) è dedicato al Verde di Scheele, un pigmento settecentesco di straordinaria brillantezza ma dalla natura intrinsecamente tossica, che diventa il fulcro di un’indagine visiva che esplora il paradosso tra bellezza estetica e pericolo invisibile. Attraverso un’archeologia cromatica che intreccia scienza, mito ed ecologia, il progetto riflette su ciò che non è immediatamente visibile come la tossicità nascosta e l’impatto invisibile dell’azione umana sull’ambiente. La voce evocata è quella della natura, fragile e resiliente, che continua a manifestarsi oltre le narrazioni rassicuranti del “verde”.
“Milk, Weight, Gravity” di Anie Maki (Vipiteno, 1998) si muove nel territorio dell’invisibile, riportando alla luce una genealogia familiare segnata da silenzi e traumi tramandati. Il progetto ricostruisce una narrazione familiare che nasconde, e rivela allo stesso tempo, la leggenda di una depressione genetica, riapparsa come un fantasma nella vita della stessa artista proprio come gli album di famiglia: un caos di voci, volti, storie da ascoltare, capire e rielaborare come atto di cura retroattiva.
Sono le voci dell’assenza e del lutto ad attraversare “Finalmente posso andare” di Cinzia Laliscia (Terni, 1999), progetto che sussurra di un mondo interiore parallelo e sospeso dove gli addii restano inespressi. Nel 2020, nel pieno della pandemia, l’artista ha subito due lutti familiari e l’impossibilità dell’estremo saluto l’ha portata a rifugiarsi nella natura e nel paesaggio dell’infanzia, selvaggio e familiare, per comporre un diario visivo della memoria. La fotografia si fa qui luogo di dialogo con chi non c’è più, evocando una dimensione intima in cui memoria e consolazione convivono.
Con “Una storia italiana”, Eva Rivas Bao (Milano, 2001) affronta il tema della voce in chiave politica e mediatica, interrogando le immagini mancanti e le narrazioni manipolate dell’era berlusconiana. Il processo che vide indagato l’ex premier Silvio Berlusconi viene rielaborato dell’artista a partire dalla figura della modella Imane Fadil, prematuramente scomparsa. “Una storia italiana” lavora sui “detriti” di un immaginario pubblico costruito come impero dell’immagine, interrogando ciò che resta quando le prove visive mancano o vengono rimosse. A partire da archivi personali e materiali documentari, rielaborati anche con l’intelligenza artificiale, l’artista ricompone una contro-narrazione possibile: immagini “assenti” che riaprono domande su potere, rappresentazione e memoria collettiva.
“La Fortezza” di Federica Torrenti (Bologna, 1999) amplia ulteriormente il campo interrogando la coscienza stessa come territorio da attraversare. Accostando immagini scientifiche, anatomiche e naturali, il progetto dissolve l’idea di una mente isolata, proponendo una visione relazionale in cui umano e non umano si co-generano. La voce evocata è quella di una trama di connessioni invisibili che ci costituiscono e che la fotografia può rendere percepibili in una circolarità che rimanda a un originario rapporto col mondo.
Con “Archivio del mare”, Karim El Maktafi (Desenzano del Garda, 1992) indaga la memoria delle migrazioni contemporanee nel Mediterraneo attraverso gli oggetti recuperati dopo i naufragi e un’attenzione a uomini, donne e bambini che attraversano il mare per cercare un futuro possibile. L’artista affida agli oggetti recuperati il compito di parlare per chi non può più farlo: gli effetti personali diventano così frammenti di vite interrotte e presenze silenziose che restituiscono dignità e identità alle persone scomparse. La fotografia si fa archivio e testimonianza, trasformando l’assenza in memoria condivisa e interrogando la nostra capacità di riconoscere le voci sommerse della contemporaneità.
Con “Quando torneremo a guardare le stelle”, Susanna De Vido (Conegliano, 1993) interroga la rappresentazione del vivente: mentre gli animali scompaiono dai loro habitat, continuano a “sopravvivere” nei musei, negli archivi scientifici e negli album di famiglia. Queste pratiche hanno costruito un immaginario della natura fondato su separazione, controllo e appropriazione. Il progetto riflette sui rapporti tra umano e non-umano nelle società occidentali patriarcali nell’era dell’Antropocene, spesso fondati su logiche legate alla separazione, al controllo, all’estrazione e all’appropriazione del vivente. Un invito ad aprire uno spazio di riflessione per dischiudere prospettive laterali e nuove possibilità di coesistenza.