Identità tra le città d’Europa. Berlino

I
Sono sempre gli occhi.

Della fotografia si dice che sia un “tempo ibernato”. Il tempo universale fluisce via, poderoso e impressionante, ma il fotografo riesce a strappargli il momento che vale la pena immortalare. Nelle buone fotografie c’è sempre qualcosa che raggiunge il culmine. Il prima e il dopo sono consueti, solo il momento in cui l’otturatore fa clic è qualcosa di particolare. Il protagonista di un mio romanzo scopre il proprio talento per la fotografia durante una battuta di caccia; è su un altana con il fucile in spalla e sta aspet-tando, quando ad un tratto, seguendo una propria intuizione, spara nella notte nera e colpisce un cinghiale. Non lo ha visto, ma nel momento in cui preme il grilletto, lui è là. Questa chiaroveggenza è un talento predestinato al fotografo.

Preda del fotografo è perlopiù l’espressione del volto, o più precisamente l’espressione degli occhi. Dura un solo breve attimo – esiste in tedesco la bellissima parola Augenblick’, in cui l’attimo e l’inconfondibile espressione degli occhi coincidono in uno. Un Augenblick, uno sguardo dimentico di sé – che sia gioia, angoscia, conoscenza, lutto, dolore, fatica – questo è ciò che tutti i fotografi vogliono. L’ibernazione, si sa, è una tecnica di conservazione, ed è questo il modo in cui le fotografie riescono a conservare perfettamente l’attimo. Mi piacciono le fotografie che aprono le porte al caso e non mi piacciono quelle che tentano di disinnescarlo.

II

Se dovessi valutare i lavori di Marcello Grassi e Fabrizio Orsi con questi parametri allora non dovrebbero piacermi. Peggio ancora: dovrei rimproverare il fatto che nei loro lavori la fotografia viene venduta sotto co-sto. Di fatto però le fotografie di Grassi/Orsi esercitano su di me un’attrazione ipnotica. L’occhio si fissa e i pensieri iniziano a vagare. Come mai accade tutto ciò? Come fanno Grassi/Orsi ad ottenere questo effetto?
La decisione riguardo quanta parte debba avere il caso all’interno dell’immagine è la decisione più ardua che deve prendere un fotografo; è ancora più fondamentale della scelta di fotografare a colori o in bianco e nero. Un fotografo ha la possibilità di recarsi sul luogo di una guerra civile e sperare che ad un angolo di strada un colpo di fortuna gli permetta di scattare la fotografia di giornalismo dell’anno; ma può anche soggiornare in una residenza per artisti, costruirsi con meticolosa cura uno spazio in cui disporre oggetti a suo piacimento e infine, dopo tre mesi di lavoro, fotografare questa scena inanimata. Voglio indagare la quantità di caso che Grassi/Orsi ammettono, esattamente come voglio indagare il tipo di caso che Grassi/Orsi eliminano.

III

Non sono mai gli occhi.

Nelle fotografie di Grassi/Orsi non c’è l’Augenblick, nulla che raggiunga il culmine. Il prima era esattamente così come mostrano le foto. E anche il dopo, non è diverso in nulla. Grassi/Orsi però sono due fotografi professionisti, hanno fatto studi artistici, hanno lavorato in diversi campi della fotografia e alle spalle hanno diverse mostre. Se si sono decisi contro l’attimo e contro il culmine, sapranno bene perché lo fanno.

La spiegazione più semplice è questa: siccome gli occhi non si lasciano in alcun modo addomesticare, siccome quell’espressione del viso cosi forte e dimentica di sé è sempre un prodotto del caso, loro allora non la vogliono, poiché essa non fa che distogliere dal continuo lavorare con un risultato affidabile. (Infatti, il fotografo che si trova nella zona di guerra civile può rimanervi per un anno intero senza riuscire a scattare una sola fotografia utile, mentre quello che ha scelto la residenza per artisti alla fine dei tre mesi ha in mano almeno una foto.) Di fatto, però, proprio le fotografie che “cor-rompono” con una forte espressione del volto, più che attrarre la nostra attenzione sul momento emotivo, la distraggono da tutto il resto. La madre in lacrime sulla bara del figlio cattura la nostra attenzione di osservatori al punto tale che non ci interessa più il fatto che la bara sia sontuosa o umile, che i fiori siano in ordine o non ci siano affatto, che il corteo funebre sia pacifico o armato.

L’Augenblick, quello sguardo dell’occhio di grande effetto, forte, culminante non tollera al proprio fianco alcuna illustrazione, anzi la soffoca. Non vuole concorrenza. Ma perché accade ciò? Una fotografia può raccontare così tante cose – basta solo lasciarle la parola. Proprio per questo motivo, Marcello Grassi e Fabrizio Orsi mirano ad un’altra preda. Non vogliono l’attimo, o meglio vogliono tutto tranne l’attimo. Lasciano che a parlare siano le loro immagini. Offrono le loro immagini alla scoperta.

IV

L’Augenblick, non gioca nessun ruolo nelle fotografie di Grassi/Orsi. Quella parte di caso che penetra nelle immagini si realizza in ciò che offre il soggetto. Non c’è mai costruzione, niente è stato eliminato o ag-giunto, nemmeno un riflettore. Lo scetticismo nei confronti dell’attimo è tanto quanta la fiducia in ciò che essi trovano. Poiché nell’estate 2005 io stesso sono diventato il soggetto di una fotografia di Grassi/Orsi, mi sono fatto un’idea del loro modo di lavorare.

Si presentarono con l’intenzione di fotografare artisti e migranti che vivevano a Berli-no. lo risposi loro che ero solito trascorrere l’estate in campagna, non a Berlino. Nessun problema, dissero. Replicai che mi trovavo in un luogo segreto, e se qualcuno voleva farmi visita doveva salire su un treno, ricevere informazioni al cellulare, scendere alla stazione indicata e venir condotto a occhi bendati fino a casa mia. Nessun problema, dissero. Una volta arrivati, vollero vedere la stanza in cui passavo la maggior parte del mio tempo. Avevo comprato la casa un anno prima – una vecchia casa colonica – tutto era ancora molto spartano, incompiuto, inabitabile, ma soprattutto per nulla fotogenico. Vivevo tra mobili di recupero, tubature a vista che pendevano e spuntavano dalle pareti spoglie. Nessun problema, dissero. Grassi/Orsi cercarono il posto dove piazzare la loro macchina e fotografarono l’umile sistemazione. Poi mi condussero a circa cinquanta metri dalla casa e lì mi fotografarono – accettando di buon grado i miei abiti e la mia espressione del volto. Niente messinscena, nessun assistente. Senza la minima discussione, presero ciò che trovarono. Furono i fotografi più facilmente contentabili con cui abbia mai avuto a che fare.

Quando se ne andarono, mi resi conto che un paio di mesi più tardi la mia stanza non avrebbe più avuto nulla a che spartire con quella che era stata fotografata quel giorno. Quello non sono io!

V

Se guardo ora le recenti fotografie di Marcello Grassi e Fabrizio Orsi, che possono venir classificate sotto il genere “ritratti” – mi viene curiosamente da pensare alla fotografia di animali. Che cosa hanno fatto? Hanno fotografato persone che conducono quasi esclusivamente un’esistenza molto consapevole e piena di aspirazioni: l’insegnante di danza, lo chef, lo stilista, la donna politica, l’artista, il pianista, il giornalista. 1 ritratti sono sempre scattati in esterno, mentre la parallela “stanza dell’autorealizzazione” (per dirla in modo tanto concettuale quanto indeterminato) è sempre un interno. Le fotografie in esterni sono sempre nate nelle immediate vicinanze degli spazi interni. Tuttavia i personaggi, gli abitanti, i devastatori di quelle stanze non sono stati fotografati al loro interno, ma strappati al loro luogo di appartenenza, come se fossero stati evacuati. In quanto osservatore, ciò risveglia in me il desiderio di vedere questi sradicati di nuovo nella loro dimora, nella loro tana, nel loro nido. È anche interessante notare come un determinato ambiente e colui che lo abita sembrano costituire un’unità simbiotica.

La vita avvezza al sacrificio che conduce l’insegnante di danza non è ritratta solo nel suo corpo snello, vigoroso e nei lineamenti severi del volto, è anche in una stanza ordinata e spoglia. Lo stilista di moda non ha il caos solo nel suo atelier, se lo porta costantemente dietro sotto forma di petti-natura. E il fatto che la donna politica abbia così tanto da fare da non trovare il tempo per mettere in ordine la sua stanza, è immediatamente intuibile al solo vedere il suo volto stanco. Sono questi nessi, cosi curiosamente evidenti, a farmi pensare alla fotografia di animali, che tende a prestare un’attenzione particolare a qualsiasi atto di adattamento, a quanto un determinato animale appartenga ad un ben determinato ambiente. Più sopra, veniva in mente il concetto di “simbiosi” proveniente dalla biologia – e dunque non così lontano dalla fotografia di animali.

VI

L’umorismo contenuto nelle fotografie di Grassi/Orsi è un capitolo a sé, che dovrà però scrivere qualcun altro. In quanto berlinese, mi è d’obbligo commentare l’immagine di Berlino che mi viene incontro nelle fotografie di Grassi/Orsi. Prima di tutto, una cosa: non è semplice fotografare la Berlino di oggi. Berlino offre una molteplicità di soggetti unici e originali, e chi se ne lasci affascinare avrà immediatamente di fronte a sé, come conseguenza, una città folkloristica. D’altra parte poi, è noioso rappresentare la dinamicità, la crescita, il boom attraverso fotografie di grandi cantieri.

Grassi/Orsi mostrano Berlino attraverso il loro interesse per i berlinesi. E in particolare per quella categoria di berlinesi che hanno fatto avanzare in modo decisivo la città: i berlinesi d’elezione. Quei berlinesi che non vivono per caso in questa città, ma che l’hanno scelta in modo del tutto consapevole. È soprattutto ai giovani artisti che Berlino offre due incommensurabili vantaggi, dei quali, l’uno è evidente a tutti, l’altro più nascosto. Quello evidente: Berlino è una città a buon mercato, in particolare per quanto riguarda gli affitti. Un decimo di quanto si paga a Londra, un sesto di Parigi, un quarto di Milano, un terzo di Monaco di Baviera. Il costo della vita è abbordabile, e ciò attrae molti giovani artisti da tutte le parti del mondo, che a Berlino si incontrano e creano un’atmosfera innovativa. Il vantaggio un po più nascosto di Berlino è costituito dall’indifferenza della città e dalla povertà in cui versa la pubblica amministrazione.

Non suona proprio come un vantaggio, ma in realtà lo è. Infatti, chi vuole iniziare una vita da artista a Berlino, può mettersi il cuore in pace per quanto riguarda le sovvenzioni pubbliche. Non è sufficiente avere buone intenzioni, bisogna essere veramente bravi.

E il disinteresse dei berlinesi nei confronti di quanto accade nella loro città inocula in ogni artista il vaccino della consapevolezza di dover pensare da subito ad una carriera di dimensioni mondiali. Perché in altra maniera, a Berlino non si emerge. Non esiste l’artista famoso solo a Berlino. (Mentre ci sono numerosi artisti conosciuti solo a Monaco e da nessun’altra parte.)

Nelle fotografie di Orsi/Grassi incontro la Berlino che ho conosciuto negli ultimi anni.

Il minimalismo raffinato degli uffici, l’eleganza dei vecchi mattoni rossi, il ristorante monocromatico. E tutti quei visi non te-deschi. Gente capitata a Berlino per caso o che ha scelto in maniera consapevole di trasferirvisi, e che dà l’impronta a questa città. Gente che non fa le solite cose, che sperimenta qualcosa di nuovo. È sempre stato così, i berlinesi più importanti non sono nati a Berlino.

Questi spazi esistono naturalmente anche in altre città, non solo qui. Ma in quanto berlinese riconosco che per Berlino questi spazi e queste persone sono tanto nuovi quanto tipici. Grassi/Orsi hanno fotografato esattamente tutto questo, ciò che distingue la Berlino di oggi da quella di dieci anni fa.

VII

Ma è poi vero che Grassi/Orsi non sono interessati all’attimo? O semplicemente lo definiscono in altro modo? Chi ha mai detto che per un fotografo l’attimo debba essere lungo come lo “sguardo dell’occhio” , come l’Augenblick? Forse l’attimo ritratto da Marcello Grassi e Fabrizio Orsi è più lungo, molto più lungo. Forse il loro attimo non dura solo frazione di secondi, ma anni. Forse le loro fotografie sono le più lente che si possano immaginare. Forse è questo il motivo per cui in queste immagini il mio sguardo naufraga. E forse, più il tempo passa, più queste immagini diventano interessanti.

Certo, sono tutte speculazioni. La mia camera però continua ad avere lo stesso aspetto di allora, quando è stata fotografata.

Thomas Brussig

Nasce a Reggio Emilia nel 1960. Fin da piccolo si occupa di fotografia. Nel 1985, dopo aver visitato alcune esposizioni programmate per l’Anno degli Etruschi, progetta e realizza un lavoro di “scavo visivo” nei luoghi, città e necropoli della civiltà etrusca (in Emilia Romagna, Lazio, Toscana e Umbria); nel 1999, in occasione dell’esposizione delle sue fotografie al Musée Reattu di Arles, Federico Motta Editore pubblica il volume Etruria. Nel 1992 riceve l’incarico di fotografare i reperti della collezione archeologica conservati nel Cortile e nella Galleria dei Marmi dei Musei Civici di Reggio Emilia. Da questa prima serie di immagini commissionate prende l’avvio una lunga ricerca sull’Anatomia del Tempo, condotta in musei e siti archeologici in Italia e in Europa (Arles, Berlino, Bologna, Brescia, Grosseto, Nizza, Parma, Roma, Torino). Nel 1995 inizia una serie di foto – Il Giardino di Borges – sul tema del rapporto tra reale e irreale, avente come soggetto le collezioni conservate nelle sale delle raccolte zoologiche di musei italiani (Reggio Emilia, Ferrara, Modena, Torino e Museo della Specola di Firenze). Dal 1994 al 1996 fotografa la città francese di Arles. Nel 1997, su incarico del Musée Archéologique di Nice-Cimiez, realizza un servizio sul sito locale. Nel 1998 la provincia di Reggio Emilia, nell’ambito degli scambi culturali previsti nel programma di gemellaggio con quella dell’Enzkreis in Germania, lo invita a fotografare il monastero cistercense di Maulbronn. Nel 1999 inizia una campagna per immagini sul Palazzo Ducale di Sassuolo che termina nel 2002, anno in cui inizia a lavorare con Fabrizio Orsi, a un progetto su Luzzara a cinquant’anni esatti dalla pubblicazione del libro Un Paese di Cesare Zavattini e Paul Strand. Alla fine del 2004 viene presentato il volume Luzzara. Cinquant’anni e più… edito da Skira Editore con un testo di Luciano Ligabue. Ha esposto in personali e collettive in varie città d’Europa dove sue fotografie sono conservate presso musei e istituzioni.