Spazio sessantadue, Reggio Emilia

Roma, Berlino, Madrid, Vilnius, Reggio Emi-lia, Valencia, Utrecht, Lille, Granada, Le Havre, Chicago, Vancouver, Los Angeles, New York. Capitali europee e megalopoli americane, metropoli di confine e città di provincia, luoghi differenti per nome, geografia e storia eppure accomunati da una medesima condizione, l’appartenenza a quel complesso paesaggio antropico che è oggi la città.

Sono i luoghi dove Lorenza Lucchi Basili ha cercato il senso del progettare oggi lo spazio in relazione al divenire della città, la cui identità è sempre più condizionata da fattori extra-architettonici come le persone, i comportamenti, le merci, i servizi, le informazioni.

Lo sguardo fotografico di Lorenza Lucchi Basili esplora la complessità del paesaggio urbano dal di dentro, cercando nel corpo della città, nel linguaggio dell’architettura odierna – nel suo impatto semiotico e simbolico, nella sua pregnanza estetica, nella sua funzione d’uso – un indice della realtà e un segno del progetto umano sul mondo.

Perché la città è oggi più che mai modello del reale, laboratorio del presente, visione del mondo di una società.

Le immagini di Lorenza Lucchi Basili non rivelano mai l’architettura nel suo complesso: uno sguardo troppo generalista e onnicomprensivo sulla realtà non consente trasparenza nella percezione, né comprensione.

L’artista invece mette in atto una poetica del frammento. Nel suo lavoro la città è svelata per dettagli, tracce e indizi grazie ad uno sguardo trasversale, obliquo, intimista (privo di quella spettacolarità che una certa fotografia ama praticare). Focalizzando lo sguardo sui particolari delle strutture e delle superfici architettoniche, l’inconscio ottico “vede” laddove la realtà tende ad appiattirsi nel flusso rapido e caotico del quotidiano; e l’inconscio tecnologico della macchina fotografica coglie, isolando nello spazio e nel tempo la trasparenza dei segni e dei simboli urbani spesso offuscati dal l’opacità del reale.

E’ l’immagine della “città di quarzo” di Mike Davis che l’artista cerca, dove ogni intervento umano ha un suo specifico simbolico nell’architettura del luogo, dove l’anima della contemporaneità è metaforicamente raffigurata nelle geometrie e nelle forme delle sue strutture. Una città che manifesta sogni e conflitti, bellezza e banalità, grandi progetti e interventi stereotipati, dal corpo costellato di torri di vetro, barriere archi-tettoniche, confini sociali e culturali, segni, comportamenti.

La comprensione di questo paesaggio ibrido ha origine in un rapporto fisico, diretto con lo spazio della città. Le opere di Lorenza Lucchi Basili nascono sempre dall’incontro, dalla rivelazione vis-à-vis della realtà, dallo sguardo rabdomantico dell’artista dentro una città sconosciuta. Nel suo lavoro non ci sono immagini preesistenti, progetti definiti a tavolino e soprattutto non c’è nessun tipo di relazione personale con il soggetto. La sua ricerca ha inizio con l’attraversamento fisico del paesaggio urbano secondo i tempi dello sguardo, della mente, del camminare senza meta, del perdersi nella città per ritrovare il senso delle cose. Osservandola a piedi la città si riumanizza, se ne percepisce la trama, il respiro. E si ha il tempo di vede-re, di sentire, e finalmente di capire.

Lorenza Lucchi Basili ha già avuto un incontro con l’opera di Santiago Calatrava, a Valencia, dove ha fotografato il suo Museo della Scienza e della Tecnica (Space thirtynine, Valencia).

A Reggio Emilia l’artista ha realizzato una serie di scatti intitolati Space sixtytwo, Reggio Emilia che ritraggono il primo intervento del progetto di Calatrava per l’Alta Velocità: il ponte autostradale a forma d’arco, che scavalca la nuova linea ferroviaria. L’artista ha fotografato l’opera nella sua fase finale, durante la verniciatura. Le fotografie sono state fatte direttamente sul ponte, niente vedute aeree o scorci da lontano. L’interesse è tutto concentrato sulla struttura, sul suo significato in relazione all’attuale paesaggio padano e al suo divenire prossimo.

Il ponte rappresenta – nelle intenzioni di Calatrava’ – un “segno” di raccordo, di connessione tra il sud (la città di Reggio Emilia e l’Appennino dietro) e il nord (la grande distesa padana, il Po), tra il paesaggio urbano e la piattezza verde del paesaggio circostante, interrotto solo dalla zona industriale adiacente. Un paesaggio che per anni è stato terrain vague, territorio di transito (dell’autostrada) senza un’identità archi-tettonica, apparentemente dimenticato dal resto della città. Un luogo di confine dove la città rivendica oggi nuove posizioni, e la possibilità di un’apertura verso l’Europa rappresentata dall’Alta Velocità.

Lorenza Lucchi Basili coglie nella struttura ad arco del ponte l’immagine simbolica di una soglia tra la città e l’Europa di oggi, che è una “georealtà” in divenire di perso-ne, città, relazioni, identità nuove. Vista da lontano, l’architettura ricorda un sole che sorge sul nuovo paesaggio padano – un interessante ibrido di campagna, terrain vagues, periferia industriale, autostrada e Alta Velocità.

Una soglia che è anima di un grande progetto (Reggio Emilia nel futuro di un’Europa più unita), e che è al contempo immagine dell’odierno paesaggio ibrido, caratteristico dei territori urbani e ampiamente diffuso nel continente europeo.

Nelle fotografie dell’artista il ponte viene restituito all’occhio del pubblico per particolari stranianti, angolazioni dal basso verso l’alto e scorci insoliti. A prima vista appare irriconoscibile, sembra essere altro da sé e indicare un “altrove”. Ma guardando attentamente le immagini, sorprende come l’artista abbia saputo “vedere” quella relazione simbolica tra la forma dell’architettura e il cielo, tra l’operato umano e la natura, tra paesaggio e passaggio, insita nel progetto di Calatrava. Il candore bianco dei cavi e della struttura ad arco si fonde con il tipico cielo lattiginoso della pianura padana; il tempo e lo spazio sono sospesi nell’aura evanescente del gioco di luci atmosferiche e dei colori dell’architettura. Sono immagini tra il reale e il metafisico che parlano del presente attraverso quella dimensione del sublime che esiste tanto nella fotografia quanto nell’architettura.

Lorenza Lucchi Basili (Pescara, 1964) vive e lavora a Padova.

Sceglie architetture fortemente rappresentative per le comunità che le hanno costruite, per farne emergere le valenze simboliche nascoste. Il “qui ed ora” del momento dello scatto conta molto: il punto di vista, le condizioni atmosferiche, i suoni del contesto urbano. Attraverso l’acco-stamento di più immagini si genera un ulteriore livello di complessità, che nasce dal bisogno istintivo del-l’osservatore di cercare le possibili giunzioni, i prolungamenti reciproci delle superfici, i rispecchiamenti.

Uno dei principali obiettivi del lavoro di Lorenza Lucchi Basili è analizzare come la nostra percezione del reale si costruisca attraverso pregiudizi cognitivi che ci portano immediatamente a classificare come non-reale tutto ciò che non rientra nelle categorie abituali.

Ha esposto presso il Walker Art Cen-ter, Minneapolis; la Galleria d’Arte Moderna, Bologna; Noass, Riga; Meno Parkas, Kaunas; Raid Projects, Los An-geles; Fuori Uso, Pescara; New Media Scotland, Edinburgo e in due progetti curati da Zerynthia nell’ambito della L Biennale di Arti Visive di Venezia e della Il Biennale di Valencia.