Viaggio in un paesaggio terrestre
Di nuovo viaggiare, ma dove? Queste fotografie di Vittore Fossati sono una selezione da quelle scattate per il libro realizzato insieme allo scrittore Giorgio Messorì Viaggio in un paesaggio terrestre. Il viaggio partì da un paese dell’Appennino reggiano e si prefiggeva di “ritrovare luoghi frequentati e descritti da poeti e pittori che avevano messo il paesaggio, e l’arte di rappresentarlo, in un punto vitale della loro opera e dei loro pensieri”. Il risultato, sulle tracce di Giacometti, Bernhard, Courbet, Petrarca, Brodskij, Ledoux, Cézanne, Handke, Vermeer, Proust, Friedrich, Ghirri e altri, finisce col costruire a sua volta un paesaggio, un paesaggio particolare, tutto europeo, secondo noi, paesaggio che è insieme museo, paesaggio, potremmo dire, dell’Europa della cultura, dell’Europa fatta della sua cultura, sedimentata proprio come gli strati del terreno, le sue frane, le sue forre e le prospettive, “terrestre” a tutti gli effetti.
I giri di Messorì e Fossati si sono tenuti per la verità lontani dalle città, “sempre più invivibili, con sempre troppa gente, traffico, turisti, rumore”, ma questo libro noi lo abbiamo letto e ne consigliamo la lettura insieme a quello, costruito invece sulle grandi capitali d’Europa, di Gert Mack, In Europa, che tanto avremmo voluto ospitare in questa manifestazione. Attraverso le città Mack ha ricostruito la storia di tutto il XX secolo dell’Europa, attraverso il paesaggio extraurbano Messorì e Fossati hanno ridipinto la sua geografia, plurisecolare, questa, proprio perché distesa, ampia, lenta, stratificata, e la sua estetica. Quale estetica, più in particolare? Quella della visione, del guardare con attenzione, della “riflessione”, quella “duplicazione del mondo, conosciuta dagli uomini ben prima che s’inventasse la fotografia”, e insieme e ancora di più, quella fenomenologica, per “entrare in quel processo mentale che ha reso visibile il visibile”, alla “ricerca di un’immagine interiore, di una vibrazione amorosa che però conservi il suo statuto d’immagine”.
Nel paesaggio, nella sua immagine, nelle immagini così come nelle parole che leggiamo c’è sempre una stratificazione di ciò che abbiamo già visto, letto, conosciuto, immaginato: “il visibile non ha in sé la facoltà di riprodursi, e se lo vediamo è anche grazie ai tanti pittori, fotografi, cineasti, che ce lo hanno reso visibile. Quando vediamo, vediamo anche attraverso dei quadri, o la scena di un film”. La visione è una storia complessa che merita un altro racconto come questo di Messorì e Fossati.
Noi crediamo che la loro forza derivi dalla semplicità con cui affrontano i temi, apparentemente nel modo più classico, tradizionale, basandosi sui concetti e le immagini più chiare, sapendole poi condurre, virare, portare nelle profondità o nei meandri della riflessione più sentita, più “terrestre” nel senso di concreta e insieme appassionata e partecipata, più “esterrefatta”, scrive Messorì, ex-terrae-facta, fatta dalla terra. Il pensiero e l’immagine nascono qui dall’osservazione per condurci allo stupore, alla meraviglia, all’incanto.
Leggere il testo di Messorì ha un effetto importante sulle immagini che qui vediamo senza di esso: l’immagine infatti, in perfetta simbiosi con il testo, ci mostra, ci rende visibile, ciò che il testo sta dicendo e che si riflette sull’immagine stessa, e sulla fotografia. Tale è l’effetto di questo viaggiare spalla a spalla. Le immagini in cui compare anche lo scrittore sono commoventi in sé, etimologicamente, anche qui, muovono insieme: lo si vede guardare, o con il suo quaderno in mano che prende appunti. In una lo si vede anche come fotografo, perché due turiste incontrate sul posto gli hanno chiesto di ritrarle e Fossati ha a sua volta ritratto la scena dell’insieme. E il fotografo non lo vediamo mai fotografare dentro le sue fotografie? Pare di no (non abbiamo controllato alla lente tutti i possibili riflessi), ma di sicuro le sue fotografie sono la sua “scrittura”.
Il rapporto tra scrittura e immagine, evidentemente, è uno dei temi forti di quello che fin dall’inizio era previsto come un libro, anzi “un vero e proprio libro illustrato, qualcosa che si possa seguire leggendo e guardando, cercando perciò di mettere in sintonia tempi spesso così diversi”. Al tempo stesso accade però, dichiaratamente, qualcosa di più che a noi sta qui particolarmente a cuore. È stato infatti cercato anche un rapporto tra testo e immagine che “travalicasse le rispettive competenze”, secondo un effetto dagli autori stessi definito di “rebus”, cioè di incastro tra parole e immagini, che si legano anche l’una dentro l’altra, “combinandosi fra loro a cercare un senso più nascosto, che non sia immediatamente visibile”. Questa idea di rebus a noi piace molto e si addice molto bene anche alla nostra intenzione di invitare in “Fotografia Europea” degli scrittori con lo stesso compito dei fotografi, messi sullo stesso piano, allo stesso livello, a incastro.
E ancora, e infine: tutto questo magicamente rimane nelle immagini di Fossati, anche isolate come qui, “esposte”, come si suol dire, proprio a ragione, noi crediamo, della loro chiarezza, della loro classicità, di quella loro evidenza che rimanda al noto stratificato dentro di esse, a cui riescono ad aggiungere l’incanto di uno sguardo che coglie ancora qualcosa di nuovo, con la caparbietà dell’attenzione, della riflessione, della poesia. In ognuna di esse resta il senso del viaggio, sia reale che del pensiero, l’eco delle parole che immaginiamo scritte al loro interno.
Elio Grazioli






