"Io era tra color che son sospesi"
Ho sempre sentito che le strade di New York mi offrono persone, immagini e colori che risuonano con ciò che sto vivendo sul piano emotivo o psicologico. Allo stesso tempo, su un piano geografico, poiché trascorro la maggior parte del tempo da sola, il clic della macchina fotografica e l’immagine finale diventano anche una sorta di puntina sulla mappa dei miei passi.
Non vado in cerca di una fotografia: è la fotografia che mi viene incontro, ciò che appare sul mio cammino, nel mio campo visivo, o in quelli che chiamo i miei teatri.
Mi torna in mente l’etimologia della parola “ovvio”, dal latino ob‑viam: ciò che è evidente perché sta davanti, di fronte, letteralmente in mezzo alla strada. Quello che fotografo è “il mio ovvio”, parte delle mie giornate e dei miei spostamenti, qualcosa che entra nella mia routine e nel mio sguardo, creando però qualcosa di non ovvio — la meraviglia.
A volte incontro una scena in cui una persona sembra sospesa nel tempo, nel cuore della metropoli, persa nei propri pensieri, immersa in un sogno o in uno stato di totale abbandono. Ci può essere un oggetto di scena: un gradino o un idrante su cui sedersi, una piccola radio accesa, una sigaretta a mezz’aria, una coperta per nascondersi in piena vista, oppure semplicemente la luce del sole.
Io sono tra loro, e mi viene in mente un verso, e il ritmo dell’endecasillabo: io era tra color che son sospesi (Dante Alighieri – Inferno, II, 52).
La mia formazione è quella di filologa, di un’accademica. Vivere immersa in una lingua che non è la mia e in una cultura in cui non sono cresciuta porta con sé, immediatamente, la traduzione e la scrittura. Può essere una frase, una terzina, un esametro. Quando fotografo, però, non c’è spazio per l’intelletto: le parole affiorano in sintonia con il camminare e il respirare.
Nell’allineamento tra ciò che vedo e il mio stato interiore, la città si manifesta; l’architettura che circonda l’individuo diventa anch’essa un personaggio, e la combinazione agisce come un portale verso un’altra dimensione: di sentimento più profondo, di radicamento e connessione, di consapevolezza intensificata.
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