CONCEPT | No Place Like Home

“In ogni epoca e area geografica, l’a. esprime l’intenzione umana di trasformare l’ambiente naturale con soluzioni artificiali realizzate a scopo di difesa o come rifugio dalle intemperie ma, in special modo, per delimitare e personalizzare un luogo rendendolo adatto a soddisfare i propri bisogni privati”. Qual è la parola nascosta dietro la ‘a.’ all’inizio della frase precedente? ‘Abitazione’, naturalmente, e bastano queste poche righe tratte dalla definizione che dà di questo termine l’enciclopedia Treccani per descrivere il nucleo centrale della mostra No Place Like Home. Qui, attraverso il lavoro di otto fotografi contemporanei, si indagano infatti una serie di possibili strategie per l’occupazione e lo sfruttamento di un territorio messe in pratica a diverse latitudini nel corso degli ultimi vent’anni.
Dove e con chi viviamo noi e i membri della nostra specie? Sono questi i due principali interrogativi a cui si riferiscono le fotografie, senza trovare una risposta, ma accumulando numerose opzioni, più o meno vicine alla nostra esperienza, più o meno diffuse, più o meno sopportabili. Ci sono le ville borghesi di Martin Parr, ognuna decorata secondo le predilezioni dei proprietari, i prefabbricati americani di Bruce Gilden, demoliti o messi in vendita dopo la crisi, gli slum delle grandi metropoli fotografati da Jonas Bendiksen e l’umanità sorpresa da Mikhael Subotzky intorno al grattacielo Ponte City, simbolo delle inesauribili aspirazioni e difficoltà di Johannesburg, le famiglie di Trent Parke in Australia, Jacob Aue Sobol in Groenlandia e Christopher Anderson a Brooklyn, tanto lontane quanto unite dal calore dell’intimità, fino alle soluzioni precarie dei migranti del Mediterraneo raccolte da Patrick Zachmann nella serie Mare Mater.
“Le persone possono abitare qualsiasi cosa. E possono essere miserabili dappertutto ed estatiche dappertutto”, ha dichiarato Rem Koolhaas in una celebre intervista pubblicata nel 1996 sulla rivista Wired. La conferma viene proprio dalle immagini di questi fotografi, che nel frattempo registrano e trasmettono innumerevoli informazioni sui temi dell’architettura, dell’urbanistica, della geopolitica e della biografia dei soggetti ritratti. È una sorta di superamento della necessità stessa di un progetto: che sostenga o meno le modalità abitative di ciascuno, non serve a determinarne la felicità. Ciò che rimane è un inestricabile impasto tra comunità e individualismo, per cui si ricercano soluzioni che consentano contemporaneamente di stabilire l’appartenenza a un gruppo sociale (trovandovi conforto) ed esprimere se stessi. Omologazione e distinzione: a prescindere da qualsiasi fattore locale, culturale o economico, l’abitare si definisce così come un complesso processo di ricerca di equilibrio fra questi due termini opposti.