interviste | Elio Grazioli

Lo straniamento allude alla varietà della visione: l’epoca dell’immagine totale permette di vedere ancora qualcosa di nuovo?

C’è sempre qualcosa di nuovo, perché il mondo cambia intorno a noi. Il problema centrale è proprio questo: come vederlo e valorizzarlo invece che adattarvisi o sentirsene sopraffatti? D’altro canto cambiare è anche necessario – che è ciò che abbiamo voluto esprimere con il titolo che si può intendere sia all’infinito che all’imperativo – e allora diventa una vera e propria responsabilità. L’immagine ha un ruolo rivelatore in questo, perché da essa noi deduciamo il cambiamento e al tempo stesso modifichiamo il nostro sguardo. Il termine “straniamento” indica proprio questo: una sensazione di stranezza e diversità che ci segnala che qualcosa non è come pensiamo secondo le nostre abitudini – modalità che in questa edizione di FE manifesta bene David Stewart, che è la molla stessa dell’estetica e dell’immaginazione, della sorpresa e del piacere dell’arte, e al tempo stesso, come lo usava Bertolt Brecht, un mezzo per la presa di coscienza del divario tra realtà e immagine-finzione-linguaggio, che è la magia in particolare della fotografia.

La fotografia esalta la superficie delle cose o trova la sua reale dimensione nel racconto dell’invisibile e dell’assente?

E’ vero che si vedono questi due aspetti quasi sempre come alternativi, o l’uno o l’altro, ma la fotografia, vorrei suggerire, si pone proprio sul loro discrimine: come rispetto al tempo è l’istante, ma esso rimanda indietro e anche in avanti, così per il visibile e l’invisibile si pone in una posizione in bilico attraverso la quale noi possiamo cogliere la presenza stessa del reale proprio nella radianza – uso il termine che rimanda al progetto di Rinko Kawauchi che esporremo – della sua superficie, o l’assenza, e con esso il racconto, per esempio attraverso il dopo, come fa Philippe Chancel, che è il terzo che ho invitato a FE, che torna in luogo dove è accaduto qualche evento e che ora è altro, diverso proprio in seguito all’evento che pure noi non vediamo.

Natura e/o storia: l’immagine rappresenta (ancora) un linguaggio universale?

Non lo so: la parola “universale” oggi fa tremare qualsiasi certezza. E’ quello che vorremmo indicare nella suddivisione in sezioni diverse: c’è la realtà ma ci sono le persone, c’è l’immagine ma c’è anche lo sguardo. In una manifestazione che parla di immagine fotografica noi non possiamo far più che invitare alla visione e alla fiducia, cioè a guardare e immaginare meglio, a cambiare il nostro modo di vedere, e alla fiducia in sé e negli altri, che si possa affrontare insieme il cambiamento della realtà; e fiducia nelle immagini anche, dunque, di non sentirsene sopraffatti tanto da assopire il proprio desiderio di cambiamento.

Nell’arte è ancora possibile oggi trasgredire?

Cambiare non è trasgredire, spesso è proprio il contrario. Trasgredire sembra momentaneo e fine a se stesso, una botta di adrenalina, come dicono i trasgressivi doc. Non è male, so cosa vuol dire! Ma non è quello di cui stiamo parlando qui. Non bisogna contrapporli. Qui invitiamo ad altri piaceri, a trovarne altri differenti nella “inutilità” dell’arte, come la definiva qualcuno, o dell’immagine. Per questo “straniamento” ci sembra più indicativo di “trasgressione”: non c’è paranoica contrapposizione alla società o all’altro ma ricerca del proprio modo di stare dentro, e anche fuori, le cose. Come l’immagine fotografica, appunto, che è rappresentazione e anche visione, produzione meccanica e anche stile.

Ma se sono sembrato sfuggire un po’ la domanda, risponderò infine che ancora tutto è possibile, non siamo ancora – proprio grazie a tipi come quelli, parte dei quali diventano artisti – nel mondo dell’alienazione totale che a questo punto a me sembra più una minaccia che un monito.

Questo è lo sfondo del nostro – cioè di FE – pluralismo convinto: si troveranno, come in ogni edizione, mostre di autori molti diversi tra loro e coinvolgimento il più possibile vasto di tutti coloro che lo desiderano, lo sentono e contribuiscono alla riflessione d’insieme e alla riuscita dell’operazione.