{"id":5417,"date":"2026-03-20T14:23:34","date_gmt":"2026-03-20T13:23:34","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/?post_type=avada_portfolio&#038;p=5417"},"modified":"2026-04-17T13:42:25","modified_gmt":"2026-04-17T11:42:25","slug":"primoz-bizjak-e-pietro-iori","status":"publish","type":"avada_portfolio","link":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/mostre\/primoz-bizjak-e-pietro-iori\/","title":{"rendered":"Primo\u017e Bizjak e Pietro Iori"},"content":{"rendered":"<div class=\"fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-1 fusion-flex-container has-pattern-background has-mask-background hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling fusion-animated\" style=\"--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-padding-top:0px;--awb-padding-left:0px;--awb-padding-top-medium:0%;--awb-padding-right-medium:0px;--awb-padding-bottom-medium:0%;--awb-background-color:var(--awb-color1);--awb-flex-wrap:wrap;\" data-animationType=\"fadeIn\" data-animationDuration=\"0.4\" data-animationDelay=\"0.2\" data-animationOffset=\"top-into-view\" ><div class=\"fusion-builder-row fusion-row fusion-flex-align-items-stretch fusion-flex-justify-content-center fusion-flex-content-wrap\" style=\"width:104% !important;max-width:104% !important;margin-left: calc(-4% \/ 2 );margin-right: calc(-4% \/ 2 );\"><div class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-0 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-flex-column\" style=\"--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:100%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:1.92%;--awb-margin-bottom-large:20px;--awb-spacing-left-large:1.92%;--awb-width-medium:100%;--awb-order-medium:0;--awb-spacing-right-medium:1.92%;--awb-spacing-left-medium:1.92%;--awb-width-small:100%;--awb-order-small:0;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;\"><div class=\"fusion-column-wrapper fusion-column-has-shadow fusion-flex-justify-content-flex-start fusion-content-layout-column\"><div class=\"awb-gallery-wrapper awb-gallery-wrapper-1 button-span-no\" style=\"--more-btn-alignment:center;margin-bottom:2.5rem;\"><div style=\"margin:-5px;--awb-aspect-ratio:1 \/ 1;--awb-bordersize:0px;--awb-caption-title-size:var(--awb-typography5-font-size);--awb-caption-title-transform:var(--awb-typography5-text-transform);--awb-caption-title-line-height:var(--awb-typography5-line-height);--awb-caption-title-letter-spacing:var(--awb-typography5-letter-spacing);--awb-caption-text-size:12px;--awb-caption-text-transform:uppercase;--awb-caption-text-line-height:1.35;--awb-caption-text-letter-spacing:0.08em;--awb-caption-overlay-color:var(--awb-color8);--awb-caption-background-color:var(--awb-custom_color_2);--awb-caption-margin-top:1rem;--awb-caption-margin-bottom:1rem;--awb-caption-title-font-family:var(--awb-typography5-font-family);--awb-caption-title-font-weight:var(--awb-typography5-font-weight);--awb-caption-title-font-style:var(--awb-typography5-font-style);--awb-caption-text-font-family:&quot;Shentox Bold&quot;;--awb-caption-text-font-style:normal;--awb-caption-text-font-weight:400;--awb-columns-medium:33.3333%;\" class=\"fusion-gallery fusion-gallery-container fusion-grid-3 fusion-columns-total-0 fusion-gallery-layout-grid fusion-gallery-1 has-aspect-ratio\"><\/div><\/div><\/div><\/div><div class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-1 fusion_builder_column_3_4 3_4 fusion-flex-column fusion-flex-align-self-flex-start\" style=\"--awb-bg-color:rgba(255,255,255,0);--awb-bg-color-hover:rgba(255,255,255,0);--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:75%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:2.56%;--awb-margin-bottom-large:0px;--awb-spacing-left-large:2.56%;--awb-width-medium:75%;--awb-order-medium:0;--awb-spacing-right-medium:2.56%;--awb-margin-bottom-medium:0px;--awb-spacing-left-medium:2.56%;--awb-width-small:100%;--awb-order-small:0;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;\" data-scroll-devices=\"small-visibility,medium-visibility,large-visibility\"><div class=\"fusion-column-wrapper fusion-column-has-shadow fusion-flex-justify-content-space-between fusion-content-layout-column\"><div class=\"fusion-text fusion-text-1 fusion-text-no-margin\" style=\"--awb-margin-bottom:1rem;\"><h2>Derive Infra-Ordinarie<\/h2>\n<\/div><div class=\"fusion-text fusion-text-2\"><p>&#8220;Quello che succede ogni giorno e che si ripete ogni giorno, il banale, il quotidiano, l&#8217;evidente, il comune, l&#8217;ordinario, l&#8217;infra-ordinario, il rumore di fondo, l&#8217;abituale, in che modo renderne conto, in che modo interrogarlo, in che modo descriverlo?&#8221;<br \/>\nGeorges Perec<\/p>\n<p>La deriva visiva intesa come percezione ex-tra-ordinaria del luogo quotidiano. Due giovani artisti, un italiano e uno sloveno, Pietro lori e Primo\u017e Bizjak, si cimentano, con differenti modalit\u00e0, nell&#8217;approfondimento architettonico e antropologico del concetto di &#8220;deriva&#8221; all&#8217;interno delle citt\u00e0 europee, che subiscono un continuo mutamento con importanti ricadute sul vissuto e l&#8217;identit\u00e0 degli abitanti. Gli artisti indagano le modificazioni che investono centri urbani e peri-ferie, in una smania di costruzione che porta ad un&#8217;incessante riconsiderazione delle coordinate d&#8217;esistenza degli esseri umani, rinnovamenti rapidi e situazioni mutate con velocit\u00e0 assurde, difficilmente percepite e faticosamente affrontabili senza un senso di notevole spaesamento. Il fascino del cambiamento \u00e8 un fattore che, a prima vista, appare come una bruttura caratteristica della contemporaneit\u00e0, ma che risulta in realt\u00e0 passaggio obbligato per le numerose trasformazioni strutturali di cui sono vittima i territori, spesso senza che i nostri occhi ne abbiano una giusta comprensione.<\/p>\n<p>1. <strong>L&#8217;antropologia dell&#8217;abituale<\/strong><\/p>\n<p>&#8220;Interrogare l&#8217;abituale. Ma per l&#8217;appunto ci siamo abituati. Non lo interroghiamo, non ci interroga, non ci sembra costituire un problema, lo viviamo senza pensarci, come se non\u00a0contenesse n\u00e9 domande n\u00e9 risposte, come se non trasportasse nessuna informazione.<br \/>\nCome parlare di queste &#8220;cose comuni&#8221; o meglio, come braccarle, stanarle, come dar loro un senso, una lingua: che possano finalmente parlare di quello che \u00e8, di quello che siamo.&#8221;<br \/>\nGeorges Perec<\/p>\n<p>Stanare l&#8217;abituale per ricostruire una nuova antropologia della citt\u00e0. Pietro lori (Reggio Emilia, 1973) lavora sul concetto di deriva visiva, rifacendosi all&#8217;infra-ordinario trattato da Georges Perec nell&#8217;omonimo saggio e rielaborando la concezione dello spazio-vetrina, elemento caratteristico del vissuto della citt\u00e0 di Amsterdam.<\/p>\n<p>La serie Amsterdam &#8211; vita in vetrina, prende spunto da un viaggio turistico nel cuore della citt\u00e0 olandese, durante il quale l&#8217;artista si interessa alla documentazione delle case-vetrina, dove l&#8217;intimit\u00e0 domestica diviene alla portata di ogni sguardo e la privacy deliberatamente violata. L&#8217;artista mette in scena, attraverso composizioni fotografiche, le tipiche morfologie residenziali indagate nella loro rivelazione pi\u00f9 intrigante e straniante, per mettere a punto una sorta di ricerca sociologica all&#8217;interno dello spazio abitativo. L&#8217;architettura della citt\u00e0 viene riflessa e si auto-descrive nelle ampie finestre delle case che catturano la luce, in un continuo rapporto tra esterno-interno che fagocita una struttura del vivere quotidiano in cui pubblico e privato paiono confondersi senza soluzione di discontinuit\u00e0, in un dialogo ininterrotto tra spazio domestico e urbano, mentre il particolare scultoreo (cantonale di un armadio o mobilio) rappresentativo diventa segno-simbolo luminoso che lascia filtrare il contenuto dell&#8217;interno. In tempi di reality show, in cui la vita di tutti i giorni viene osservata e, di conseguenza posta sotto il giudizio di tutti, \u00e8 possibile appropriarsi senza alcun supporto televisivo di frammenti di vite sconosciute, con una modalit\u00e0 &#8211; il focus del mezzo fotografico &#8211; ben pi\u00f9 invadente rispetto al piccolo schermo.<\/p>\n<p>Pietro lori pare schermare tale invadenza, proponendo un viatico d&#8217;intime concretizzazioni esistenziali, distaccandole dal flusso percepibile dall&#8217;abitacolo \u00e8 frammento che certifica un mutamento poetico e la costruzione di una nuova attualit\u00e0, differente dalla prima impressione ma avvicinabile a quella osservata nei quartieri periferici della maggior parte delle nostre citt\u00e0 europee.<\/p>\n<p>I due light-box Mira da viaggio ed Sos! Beghelli si situano nell&#8217;interstizio autostrada-le, spazio che evade dalla citt\u00e0, luogo di congiungimento tra differenti realt\u00e0 urbane e quindi ambito di non precisa definizione. Il lavoro cerca di mostrare un viatico di proiezione per percezioni elaborate all&#8217;interno di un&#8217;automobile, in un percorso di viaggio dalla metodica alienante, dove l&#8217;imprevisto o la deriva sottolineano il paesaggio come non-luogo autostradale. Ogni citt\u00e0 pu\u00f2 essere qualsiasi posto, \u00e8 l&#8217;occhio dell&#8217;artista a definirlo nel momento in cui mantiene il segno pittorico giocando con la fotografia per denotare una linea di racconto.<\/p>\n<p>In Sos! Beghelli la deriva visiva \u00e8 il viaggio alla scoperta di un panorama sempre uguale e allo stesso tempo nuovo, quello visibile dalla macchina in moto, dove una fabbrica multinazionale s&#8217;incendia nonostante il sistema di sicurezza Beghelli. Un paradosso unito ad un ulteriore segnale della struttura\u00a0&#8211; simbolo delle grosse fabbriche insediate ai margini autostradali che definiscono il percorso &#8211; che si auto-segnala.<\/p>\n<p>In Mira da viaggio, il segno improntato sul vetro crea una forma di visione per un tragitto protratto, allungato. Il pilota prende la mira costruendo un gioco visivo in cui la citt\u00e0 stessa rimbalza nel passaggio attraverso gli occhi.<\/p>\n<p>L&#8217;autostrada che, di per s\u00e9, non permetterebbe una visione-distrazione n\u00e9 un&#8217;evasione visiva, riesce in questo caso a imprimere una sorta di manifestazione del vedere particolarmente intrigante ed esemplificativa di un percorso dell&#8217;occhio e del sentire molto intenso.<\/p>\n<p>2. <strong>Le macerie della contemporaneit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p>&#8220;La citt\u00e0 \u00e8 uniforme soltanto in apparenza.\u00a0In nessun luogo &#8211; se non nei sogni &#8211; il fenomeno del confine pu\u00f2 essere esperito in forma cos\u00ec originaria come nelle citt\u00e0. Conoscerle significa avere un sapere di quelle linee che, con funzione di confini, corrono parallele al cavalcavia, attraversano caseggiati e parchi, lambiscono le rive dei fiumi; significa conoscere questi confini nonch\u00e9 le enclave dei vari territori. Come soglia, il confine passa attraverso le strade; un nuovo territorio ha inizio come un passo nel vuoto, come se si inciampasse in un gradino di cui non ci\u00a0eravamo accorti.&#8221;<br \/>\nWalter Benjamin<\/p>\n<p>La deriva visiva \u00e8 vissuta in modo romantico da Primo\u017e Bizjak, che scalda ogni luogo indagato dal suo obiettivo meticoloso con una luce morbida e ricca di contrasti.<\/p>\n<p>Avvicinandosi all&#8217;interno di Venezia, il giovane fotografo tralascia i palazzi e i monumenti per certificare con perizia i cambiamenti ancora in fieri, i lavori in corso nei cantieri della citt\u00e0. Nella serie intitolata appunto Venezia (2002-2005), quella che viene proposta \u00e8 la documentazione rigorosa di un tessuto urbano in modificazione, di un magma nascosto all&#8217;occhio distratto del turista medio, una visione inedita ma non per questo meno coinvolgente, al contrario particolarmente appassionata, della citt\u00e0 lagunare. L&#8217;artista entra nelle viscere nascoste di una Venezia diversa, in fase di transizione, penetra tra gli anfratti meno appariscenti, dove avviene il lavoro di consolidamento delle rive, lo scavo dei canali e svuotamento dei residui, raccontando una citt\u00e0 spogliata da ogni orpello e sfarzo, coperta da rifiuti e paradossalmente molto pi\u00f9 affascinante. Nuda fino alla sua vera essenza, Venezia mostra la sua anima segreta e misteriosa, rivelata dalle volumetrie notturne delle vie pi\u00f9 ordinarie. Con una maestria compositiva che riesce a cogliere mirabilmente l&#8217;afflato poetico e quasi magico del posto, con una competenza profonda nel muoversi per mezzo della fotografia e del banco ottico all&#8217;interno delle variazioni urbane contemporanee, Bizjak sviscera le potenzialit\u00e0 estetiche maggiormente oscurate dalla normale approssimazione, donando al luogo prescelto, con l&#8217;ausilio della luce ora naturale ora artificia-le, un&#8217;atmosfera di suggestiva sospensione, mettendo ordine dove prima c&#8217;era disordine, componendo ci\u00f2 che sembrava scomposto, creando un risultato esteticamente perfetto pur nell&#8217;imperfezione del soggetto studiato, mostrando, nel buio della notte, colori e contorni invisibili all&#8217;occhio umano.<\/p>\n<p>Le immagini dedicate a Forte Marghera proseguono sul viatico dei mutamenti d&#8217;uso dell&#8217;ambito veneziano e prendono in esame un&#8217;enorme struttura militare in disuso che trover\u00e0 in futuro una nuova forma di sfruttamento. Perlustrando l&#8217;ex base militare, edificio inconsueto che risale al periodo napoleonico, situato sul bordo della laguna veneziana, Primo\u017e Bizjak ne coglie l&#8217;intera portata storica presentando un&#8217;impostazione nell&#8217;inquadratura che risente per l&#8217;estremo rigore della grande scuola tedesca dei coniugi Becher, unita alla sensibilit\u00e0 verso la luce sia diurna che notturna.<\/p>\n<p>Negli scatti dell&#8217;artista sloveno, le modifiche avvenute nell&#8217;assetto architettonico rivelano una trasformazione sostanziale delle edificazioni, come se ci trovassimo davanti ad un&#8217;aggiornata norma di disfacimento che presuppone l&#8217;atavica seduzione di un antico rudere in decadenza, a cui si aggiunge una colta visione del dissidio natura organica\/costruzione. Una fotografia attualissima per un luogo ormai inutilizzato e invaso dall&#8217;erba, ma che non ha perso il suo valore archeologico dal sapore decadente, raccolto da immagini catturate con una capacit\u00e0 documentaria ed insieme meditativa che non lascia indifferenti e riporta ad un tempo trascorso che pare far parte del passato mantenendo profonde evocazioni, simbolo di una modificazione d&#8217;uso non ancora espressa che rimanda al presente un&#8217;aura d&#8217;intatto fascino.<\/p>\n<p>Sedimentazioni visive che conservano la forza evocativa di uno spazio desueto, donando prestigio ai resti delle macerie causate dall&#8217;abbandono dell&#8217;uomo, ulteriore segno di una commistione alla dimensione dell&#8217;immaginario dell&#8217;osservatore.<\/p>\n<p>Lo sguardo analitico di Bizjak si posa infine sulle realt\u00e0 disastrate di Sarajevo, per raccontare quello che rimane di una celebre citt\u00e0 che ospit\u00f2 i giochi olimpici, diventata in seguito vittima, dissestata materialmente e spiritualmente da una terribile contesa. Il fotografo entra sapientemente e con rispetto nel cuore sofferente della citt\u00e0 e ci racconta di una martoriante situazione che ha lasciato tracce concrete nell&#8217;attualit\u00e0. I segni del trapasso del tragico evento si trovano esemplificati nelle magistrali vedute notturne dei cimiteri di una Sarajevo post-bellica e martire, tuttora ferita, che testimonia, attraverso le numerose lapidi di chi si \u00e8 immolato per la patria, come la morte possa apportare varianti sostanziali a tessuti territoriali precedentemente adibiti ad altri impieghi. Una morte che si imprime nel vissuto lasciando il suo marchio indelebile e che riporta, attraverso il linguaggio fotografico, il ricordo nella vita dei sopravissuti, come un eterno monito.<\/p>\n<p>Un passaggio territoriale che diviene luogo di permanenza di memoria ma si situa anche come trampolino di accesso obbligato verso il futuro ed in tempi in cui i conflitti si misurano ancora con il metro dello scarsamente visibile, queste composizioni sono un chiaro esempio dei drammi a cui possono portare attuali belligeranze. Con un persuasivo potere comunicativo e una fotografia localizzata sia temporalmente che localmente, Bizjak partecipa in prima persona alla ricostruzione degli avvenimenti che hanno modificato un pezzo consistente d&#8217;Europa, senza sedersi sugli allori di una banale denuncia meramente documentaristica. Senza alcun intento politico o nazionalista difatti, il fotografo mette la camera direttamente davanti al soggetto per ricavarne una visione che seppure oggettiva \u00e8 perfettamente in grado di cogliere con interezza una situazione di estrema comples-sit\u00e0. E una delle forze delle composizioni di Primo\u017e Bizjak sta proprio in quest&#8217;uso anche fondamentalmente etico di quegli interstizi di passaggio tra epoche e cambiamenti dei tessuti urbani, modulati con dovizia e accanimento di trasposizione, uniti ad una raffinata ricerca poetica.<\/p>\n<p>Francesca Baboni e Stefano Taddei<\/p>\n<\/div><div class=\"accordian fusion-accordian\" style=\"--awb-border-size:0px;--awb-icon-size:22px;--awb-content-font-size:var(--awb-typography4-font-size);--awb-content-letter-spacing:var(--awb-typography4-letter-spacing);--awb-content-text-transform:var(--awb-typography4-text-transform);--awb-content-line-height:var(--awb-typography4-line-height);--awb-icon-alignment:left;--awb-hover-color:var(--awb-color2);--awb-border-color:var(--awb-color8);--awb-background-color:var(--awb-color2);--awb-divider-color:var(--awb-color5);--awb-divider-hover-color:var(--awb-custom_color_2);--awb-icon-color:var(--awb-color1);--awb-title-color:var(--awb-color8);--awb-content-color:var(--awb-color8);--awb-icon-box-color:var(--awb-color8);--awb-toggle-hover-accent-color:var(--awb-custom_color_2);--awb-toggle-active-accent-color:var(--awb-custom_color_2);--awb-title-font-family:&quot;Shentox Bold&quot;;--awb-title-font-weight:400;--awb-title-font-style:normal;--awb-title-font-size:22px;--awb-title-letter-spacing:0.08rem;--awb-title-line-height:1.35;--awb-content-font-family:var(--awb-typography4-font-family);--awb-content-font-weight:var(--awb-typography4-font-weight);--awb-content-font-style:var(--awb-typography4-font-style);\"><div class=\"panel-group fusion-toggle-icon-boxed\" id=\"accordion-5417-1\"><div class=\"fusion-panel panel-default panel-0f3b763148aed7559 fusion-toggle-no-divider fusion-toggle-boxed-mode\" style=\"--awb-title-color:var(--awb-color8);--awb-content-color:var(--awb-color8);\"><div class=\"panel-heading\"><h2 class=\"panel-title toggle\" id=\"toggle_0f3b763148aed7559\"><a aria-expanded=\"false\" aria-controls=\"0f3b763148aed7559\" role=\"button\" data-toggle=\"collapse\" data-parent=\"#accordion-5417-1\" data-target=\"#0f3b763148aed7559\" href=\"#0f3b763148aed7559\"><span class=\"fusion-toggle-icon-wrapper\" aria-hidden=\"true\"><i class=\"fa-fusion-box active-icon awb-icon-minus\" aria-hidden=\"true\"><\/i><i class=\"fa-fusion-box inactive-icon awb-icon-plus\" aria-hidden=\"true\"><\/i><\/span><span class=\"fusion-toggle-heading\">Biografia<\/span><\/a><\/h2><\/div><div id=\"0f3b763148aed7559\" class=\"panel-collapse collapse \" aria-labelledby=\"toggle_0f3b763148aed7559\"><div class=\"panel-body toggle-content fusion-clearfix\">\n<p><strong>Primo\u017e Bizjak<\/strong> (Sempeter pri Gorici, Slovenia, 1976) ha studiato economia e commercio e si \u00e8 laureato in Ingegneria dei Trasporti. Nel 1999 si \u00e8 iscritto all&#8217;Accademia di Belle Arti di Venezia. Nel 2000 gli viene assegnata la borsa di studio Socrates Erasmus e frequenta per due anni la Facolt\u00e0 di Belle Arti di Madrid.<\/p>\n<p>Nel febbraio del 2005 si \u00e8 laureato nel corso di pittura con il Prof. Luigi Viola. Espone in vari paesi europei e pubblica su varie riviste. Le sue opere fanno parte di diverse collezioni private e publiche. Ha partecipato al progetto espositivo &#8220;Venice Village&#8221; di giovani artisti internazionali residenti a Venezia, dove ha ottenuto il primo premio nel giugno 2004.<\/p>\n<p data-olk-copy-source=\"MessageBody\"><strong>Pietro lori<\/strong> (Reggio Emilia, 1973) si diploma all&#8217;Accademia di Belle Arti di Bologna nel 1998. Seguendo un indirizzo concettuale, la sua ricerca attraversa diversi ambiti secondo un modo di procedere tipicamente contemporaneo. Partendo da un cita-zionismo di matrice dada, si ispira all&#8217;armonia della grafica rinascimentale per approdare all&#8217;uso della fotografia analogica, del video e dell&#8217;installazio-ne. Nei suoi lavori ogni materiale utilizzato passa attraverso un processo di decontestualizzazione per acquisire nuove connotazioni.<\/p>\n<p>Tra il 1997 e il 1998 partecipa ad un progetto di interscambio con altri artisti vivendo a Berlino e partecipando a due mostre collettive. Nel 1997 \u00e8 selezionato come rappresentante della sezione pittura per l&#8217;Emilia Romagna alla XXVI Biennale d&#8217;Arte di Alatri. Nel 1998 espone all&#8217;istituto di Cultura Germanica di Bologna e nel 2004 all&#8217;Istituto di Cultura Francese di Torino. Realizza come assistente assieme ad altri giovani artisti selezionati l&#8217;opera Whirls and Twirls 1, un wall drawing di Sol LeWitt realizzato presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia nell&#8217;ambito del progetto di arte pubblica Invito a: Luciano Fabbro, Sol LeWitt, Eliseo Mattiacci, Robert Mor-ris, Richard Serra. Espone con personali e in numerose collettive come Un cuscino per sognare, alla galleria<\/p>\n<p>White Box di Monaco nel 2004 e Video weekend presso la galleria Dispari &amp; Dispari, Reggio Emilia, 2005.<\/p>\n<\/div><\/div><\/div><\/div><\/div><\/div><\/div><div class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-2 fusion_builder_column_1_4 1_4 fusion-flex-column\" style=\"--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:25%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:7.68%;--awb-margin-bottom-large:20px;--awb-spacing-left-large:7.68%;--awb-width-medium:25%;--awb-order-medium:0;--awb-spacing-right-medium:7.68%;--awb-spacing-left-medium:7.68%;--awb-width-small:100%;--awb-order-small:0;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;\"><div class=\"fusion-column-wrapper fusion-column-has-shadow fusion-flex-justify-content-flex-start fusion-content-layout-column\"><div ><a class=\"fusion-button button-flat fusion-button-default-size button-custom fusion-button-default button-1 fusion-button-span-yes fusion-button-default-type\" style=\"--awb-margin-bottom:2rem;--button_accent_color:var(--awb-color1);--button_border_color:var(--awb-custom_color_2);--button_accent_hover_color:var(--awb-color1);--button_border_hover_color:var(--awb-color8);--button_gradient_top_color:var(--awb-custom_color_2);--button_gradient_bottom_color:var(--awb-custom_color_2);--button_gradient_top_color_hover:var(--awb-color8);--button_gradient_bottom_color_hover:var(--awb-color8);\" target=\"_self\" data-hover=\"icon_slide\" href=\"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/archivio-edizioni-di-fotografia-europea\/fotografia-europea-2007\"><span class=\"fusion-button-text awb-button__text awb-button__text--default\">Edizione 2007<\/span><i class=\"icon-dance-arrow awb-button__icon awb-button__icon--default button-icon-right\" aria-hidden=\"true\"><\/i><\/a><\/div><div class=\"fusion-text fusion-text-3\"><h3>Sede<\/h3>\n<p>..<\/p>\n<\/div><\/div><\/div><\/div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"","protected":false},"author":1,"featured_media":5739,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"portfolio_category":[],"portfolio_skills":[],"portfolio_tags":[33],"class_list":["post-5417","avada_portfolio","type-avada_portfolio","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","portfolio_tags-33"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/avada_portfolio\/5417","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/avada_portfolio"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/avada_portfolio"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=5417"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/avada_portfolio\/5417\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5738,"href":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/avada_portfolio\/5417\/revisions\/5738"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media\/5739"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=5417"}],"wp:term":[{"taxonomy":"portfolio_category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/portfolio_category?post=5417"},{"taxonomy":"portfolio_skills","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/portfolio_skills?post=5417"},{"taxonomy":"portfolio_tags","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.fotografiaeuropea.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/portfolio_tags?post=5417"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}