Journey into the Future. Stop # 1
Chernobyl, un nome che nel corso degli anni è divenuto il simbolo di un’immane tragedia umana. Ma, con il passare del tempo, la memoria tende a offuscare i dettagli, le reazioni si smorzano e gli eventi si fanno via via più indistinti, come se qualcuno d’invisibile attenuasse la messa a fuoco dell’obiettivo attraverso il quale guardiamo la storia.
Il caso di Chernobyl, che ha scioccato il mondo intero, non fa eccezione. È trascorso un quarto di secolo dalla notte dell’incidente alla centrale nucleare, quella tra il 25 e il 26 aprile del 1986, e abbiamo pensato che si sia trattato di un evento irripetibile, causato da un’improbabile coincidenza di molti fattori. Sì, ci siamo detti, è stato terribile, ma non succederà di nuovo.
Il 14 marzo 2011 tutto è cambiato. Un’onda immensa, alta 10 metri, causata da un fortissimo terremoto vicino alle coste del Giappone ha danneggiato la centrale nucleare di Fukushima-1.
Quando, nell’ottobre del 2010, ho organizzato la mia prima visita alla zona di interdizione di Chernobyl non pensavo di realizzare fotografie che sarebbero poi confluite in una mostra e in un libro. Il servizio fotografico doveva solo essere la prima fase di un progetto più vasto, una sorta di meditazione sul destino della razza umana. È per puro caso che ho scelto Pripyat come prima meta. Tutto quello che ho visto mi ha profondamente colpito.
All’interno del progetto Immagini dalla Russia
Mostra a cura di Laura Serani e Olga Sviblova
Presentata in collaborazione con Mamm – Multimedia Art Museum di Mosca




