Mister Sixties

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la grandezza britannica sembrava il retaggio di un passato polveroso, vittima di un declino annunciato come quello cui andava incontro il suo Impero. Ma con un colpo degno della tenacia dei suoi sudditi, Londra tornò a essere la capitale del mondo: tutte le mode e i fermenti creativi degli anni Sessanta ricevettero qui il proprio marchio di legittimità, dalla musica al costume. Philip Townsend (1940) fu il Dickens di quel decennio forsennato, colui che colse in diretta, giorno dopo giorno, la nascita delle tendenze e dei personaggi per poi scomparire in fretta consegnandosi ad un oblio da cui è risorto solo da poco insieme alle sue fotografie abbandonate per anni in uno scatolone. E così questo patrimonio inestimabile ha ripreso vita: le loro altezze reali i Beatles, i Rolling Stones più popular e teppisti che abbiate mai visto, gli incantevoli corpi delle vedette in ascesa (Charlotte Rampling, Twiggy, Nico), le star in transito (Richard Burton, Elizabeth Taylor, Marlon Brando, Maria Callas) e una pletora di altri personaggi perdutisi nelle pieghe del tempo. Ma nel bianco e nero di Townshed emerge, per contrasto, anche il contesto sociale di un Paese in trasformazione, le resistenze delle tradizioni, i grandi della politica, la rivoluzione delle strade e della gente comune, il contributo che tutto il mondo voleva dare alla “creazione” della contemporaneità.

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