Des Européens
E se, contrariamente a quello che si pensa in tempi di economicismi e passioni tristi, il concetto di un’Europa unita fosse stato generato dalla forza di un atto di creazione, dalla perseveranza fertile di un… fotografo?
La parabola artistica ed esistenziale di Henri Cartier-Bresson (1908-2004) coincide con il Novecento, con le sue conquiste, le sue catastrofi, i suoi slanci concreti e utopici: figlio della Francia più raffinata, fanatico del viaggio e cittadino di ogni continente, inviato temerario, ideatore, insieme a un formidabile “mucchio selvaggio” (Capa, Seymour, Rodger) del fotogiornalismo e dell’agenzia simbolo Magnum, titolare di leggendarie mostre newyorchesi che risolsero l’ambiguo
rapporto tra arte e fotografia, primo fotografo occidentale ammesso in Unione Sovietica, ma soprattutto depositario di un’etica dello sguardo fondata su un singolare impasto di raffinata cultura figurativa, dedizione al bianco/nero e stupore per il mistero dell’umano.
Il nucleo di questa mostra trae origine da un progetto realizzato nel 1955: un reportage sullo “stato delle cose” in Europa a cavallo della Seconda Guerra Mondiale che si trasforma in diario etnologico per immagini. La raccolta pubblicata in volume con una copertina disegnata da Joan Mirò si sarebbe nel tempo accresciuta fino a coprire un arco temporale che va dal 1929 al 1991, dalla Grande Crisi al collasso dell’URSS.
Tra questi estremi l’occhio di Cartier-Bresson guida lo spettatore d’oggi attraverso Italia, Spagna, Irlanda, Germania, Portogallo, Grecia, Francia, Russia… tra paesaggi, scorci di città, avvenimenti e una “moltitudine singolare”: aristocratici, poveri, soldati, operai, borghesi, bambini, innamorati e semplici passanti.
Quattro le fasi: i convulsi anni Trenta, decennio di grandi paure e speranze; il dopoguerra con i segni di una lacerazione materiale e sociale incancellabile; la ricostruzione, il proseguimento della vita nonostante tutto; gli ultimi decenni con i grandi cambiamenti del costume (dal maggio francese in poi…) e gli ultimissimi scatti realizzati da un artista ormai ritornato ai primi amori: il disegno, la pittura.
Cartier-Bresson non prende posizione di fronte ai suoi “oggetti” se non a favore della vita, al suo esplodere continuo e improvviso. La bellezza formale non si aggiunge alla fotografia, ma diviene lo strumento privilegiato per perpetuarne il segreto: coniugare contingenza e eternità. Nasce così un monumento
all’ “uomo comune del XX secolo”, a un mondo ormai scomparso, ma dal quale continuiamo ad essere attraversati.
in collaborazione con Magnum Photos, Contrasto, Fondation Henri Cartier-Bresson




