PASTORALE / URBAN

Ho trovato in Reggio Emilia un luogo interessante in cui lavorare, in cui sono presenti forti limiti e divisioni sia a livello fisico che psicologico. Tra la parte antica e i nuovi quartieri c’è una netta separazione, tracciata fisicamente da una circonvallazione che segna le antiche mura della città. Nella città vecchia, architettura e atmosfera sono compatte, storiche, presenti nell’alto prestigio delle abitazioni borghesi. Oltre la circonvallazione, i quartieri si alternano tra quelli di alto livello, composti dai nuovi edifici, fino ai complessi abitativi più poveri, che accolgono i lavoratori e le comunità di immigrati a Reggio Emilia. Questo sembra essere un periodo cruciale per la storia dei sobborghi di Reggio Emilia, con l’antico e il nuovo in forte competizione per esistere, all’interno di un legame sottile. Il mio lavoro ha come base il concetto di artificio e teatralità, l’idea di elevare le aspirazioni quotidiane creando ambientazioni finte in cui gli edifici possano esistere nuovamente. Sono stata attirata in particolar modo dalla tradizione scenografica della città, utilizzata non solo nella realizzazione di fondali per il teatro, ma anche per ambientazioni domestiche e come forma di arte pubblica per le processioni reali del 18° e 19° secolo. Guidato da Prampolini e da Fontanesi, questo gruppo di artisti dipingeva scene pastorali immaginarie per case borghesi, ispirate dalle campagne dell’Emilia Romagna. Inoltre realizzavano raffinati pannelli con architetture di fantasia per decorare le strade al passaggio del duca. Mi ha affascinato il fatto che la città cercasse di migliorare la sua immagine con questi mezzi artificiali. Ciò che mi interessa è scoprire e valorizzare le zone dimenticate e trascurate di una città, per dare loro dignità. In questo progetto mi ha attirato la situazione complessa che ho trovato nella periferia di Reggio. Ci sono due aspetti dei sobborghi che voglio indagare: quello rurale e quello architettonico.

Prendendo come modello le composizioni scenografiche di Fontanesi, la mia scena rurale per Reggio Emilia oggi è una sintesi di elementi tradizionali e moderni. Nel primo piano mezzo oscurato dai detriti urbani c’è la targa di fondazione della città. Attorno ad essa la natura cresce tra discariche, progetti abbandonati, materiali edilizi, cartelloni pubblicitari e arredo urbano Il caratteristico albero dell’Emilia Romagna lotta per avere un posto vicino alle nuove file di pioppi piantati da Max Mara. Le tipiche colline ondulate della Romagna fanno da sfondo alla varietà di usi che oggi si fa del territorio, dai vigneti alle aziende agricole alla perfezione iperealistica del campo da golf. Sull’orizzonte si può vedere lo sviluppo di nuove proprietà e la velocità con cui si costruisce. In mezzo al verde c’è la statua di un ragazzo che tiene sulla spalla una forma di Parmigiano Reggiano, un testamento ai valori di una volta. Ai lati opposti della composizione le due facce di Giano dal palazzo Magnani sono state separate, suggerendo un diverso approccio allo sviluppo. Rivolte all’osservatore, entrambe le figure sono un monito alla nostra responsabilità per il passato, mentre andiamo verso il futuro. Tutta la scena con le sue nuvole burrascose e minacciose ci ricorda la “Tempesta” di Giorgione. Tuttavia il sole che si intravede in secondo piano apre anche ad uno sguardo rassicurante. Senza l’aiuto delle cartoline turistiche, per il mio lavoro sull’architettura, ho creato io stessa un ritratto di Reggio Emilia, scegliendo di fotografare un noto palazzo del centro storico. Usando questo elemento caratteristico del luogo come una guida, sono andata in giro per i quartieri periferici di Reggio, fotografando edifici ed oggetti che potevano essere utilizzati per sostituire il palazzo originale con uno che fosse più rappresentativo dell’eclettismo dell’architettura a Reggio Emilia oggi. L’obiettivo era quello di sfidare i preconcetti delle persone, ma anche di elevare letteralmente la condizione della periferia portando i suoi edifici, per la prima volta, in centro storico

E’ nata a Jersey, Channel Islands, nel 1974.

La ricerca di Emily Allchurch si basa su quadri di grandi pittori europei, capolavori di artisti diversi come Giorgione, Claude, Friedrich e Turner. L’artista, in seguito, li ricompone in un linguaggio contemporaneo, dove ognuno di essi è ricomposto attraverso centinaia di foto scattate in gran parte nell’area sud ed est di Londra, dove Allchurch vive e lavora. Usando il quadro come una guida, il suo obiettivo è scoprire edifici e oggetti nell’area in cui si trova a lavorare, oggetti che possono essere usati per ripercorrere e aggiornare le composizioni originali. Queste immagini sono sovrapposte digitalmente per creare un collage senza congiunzioni e pittoricamente estetico, in cui il confine tra fotografia e pittura è molto labile.

Sede

Galleria Parmeggiani
corso Cairoli 2