Arena industriale

Il viaggio in una zona industriale è una vera prova per me, perché non ho mai lavorato in un ambiente simile prima d’ora, ma sono curiosa di vedere ciò che accade ponendosi in questo tipo di situazioni. Questo è il mio approccio al lavoro: porsi come straniera in uno spazio o un luogo mentale (concettuale) come fosse uno spazio o un luogo fisico.
Vorrei rispondere spontaneamente allo spazio, agli stimoli dello spazio, usando la macchina come mia appendice e non come uno strumento tecnologico. Vorrei muovermi in modo da lasciar entrare l’occhio nella camera e in modo che la camera segua l’occhio.
Mi interessa studiare l’azione in rapporto agli spazi fisici, ma anche in relazione al modo in cui azione e lavoro divengono parte del ‘fare arte’. Cerco di studiare questa relazione attraverso il metodo di lavoro descritto prima, utilizzando una telecamera portatile, registrando piccoli segni, tracce dell’attività del lavoro, dell’azione.

Se guardiamo qualcosa per terra, come questo rivestimento in plastica, ad esempio notiamo dei segni: essi hanno un significato. Mi piace indagare sulla volontarietà o involontarietà delle cose. Si può pensare: esiste e basta o qualcuno ha fatto in modo che ci fosse?
Quello che mi interessa sono le tracce lasciate dalle persone, i luoghi in cui qualcosa è stato spostato. Penso che l’azione del prendere un oggetto materiale e il ricollocarlo in un posto diverso o in un modo diverso ha un proprio significato rispetto all’ambiente circostante. Questo è parte del ‘fare arte’. Credo che, paradossalmente, i luoghi periferici siano i luoghi ‘centrali’ nella nostra vita: l’industria e il mondo commerciale sono nelle periferie e i loro prodotti entrano a far parte della nostra vita quotidiana condizionandola e caratterizzandola. Il centro delle città, per esempio, secondo il mio punto di vista, diventa marginale nella nostra vita.
Nel mio lavoro voglio pormi in una zona di confine, in modo concettuale, in una chiara relazione tra il limite sociale e quello culturale.

Oltre alle Officine Meccaniche Reggiane, ci sono altri due luoghi che ho visitato a Reggio Emilia. Uno è il villaggio dei lavoratori della TAV, con i loro dormitori, la mensa e gli uffici. Esso è un contesto completamente asettico, auto-referenziato, e denuncia la sua transitorietà. Questo per me rappresenta il limite di una vita che si sposta per inseguire il lavoro, lottando con limiti diversi quali le aspettative, ma lottando anche con i limiti della vita quotidiana del lavoro, quali il freddo, il caldo e la fatica. L’altro luogo che ho visitato è un capannone industriale abbandonato utilizzato da lavoratori clandestini per viverci. Essi sono ‘lavoratori invisibili’, ma che fanno parte della società. Questo luogo è caratterizzato da oggetti inutilizzati nella vita quotidiana, con letti, poltrone, fornelli, attaccapanni che suggeriscono la lettura di quello spazio e denunciano il limite tra l’aspetto pubblico e privato, tra il politico e il sociale

Anne Tallentire è nata nel 1949 nel Nord Irlanda. Attualmente vive e lavora a Londra.

Sede

Palazzo Pratonieri
via Toschi 9