Corpi, interno fuori

Reggio Emilia è una città fondata su un’architettura abbastanza vecchia, in cui, tuttavia, il rapporto del corpo con la città è molto vivo, c’è molta gente. C’è un grande divario tra i corpi vivi e presenti, che vivono qui, e un’architettura che sembra negare questa presenza, un’architettura senza corpo, che si impone, superficialmente, sul paesaggio.

Ho deciso di lavorare a questo progetto seguendo due direzioni. In primo luogo ho intenzione di lavorare sul movimento dei corpi, sui corpi che si muovono con un proprio ritmo, riproducendo una certa coreografia che sembra dar vita alla città. In secondo luogo, vorrei cercare di documentare alcune delle architetture, degli edifici, che ancora custodiscono una forte presenza della storia, una memoria di Reggio, e che oggi si trovano svuotate della loro vita, abbandonate e sostituite da architetture che non ripropongono questo tipo di presenza, architetture lisce. Vorrei confrontare questi corpi umani, corpi vivi, con queste architetture abbandonate, che sono traccia di una memoria e che sono soppiantate da architetture nuove, assolutamente non propositive.

Da Reggio Emilia mi aspettavo un luogo con meno industrie e meno fabbriche rispetto alla situazione che ho trovato. Ho visto molta immigrazione, africani del Nord soprattutto, e anche molti ucraini. Nonostante questo, però, resto abbastanza attaccata alla mia idea iniziale dell’Italia, un’Italia che resiste ancora molto al movimento attuale, trovo che sia i corpi che le architetture siano molto resistenti a ciò che sta succedendo adesso.

Sono stata anche molto contenta di vedere il luogo in cui ha vissuto Luigi Ghirri, un fotografo che amo molto. Trovo che abbia rappresentato bene l’Italia di oggi, allontanandosi, comunque, da ogni stereotipo. Il paesaggio reggiano è ancora molto poetico, molto aperto, con una campagna ancora molto presente, a differenza di ciò che accade in Francia, dove l’industria ha, a poco a poco, soppiantato la campagna.

E’ molto interessante vedere a che punto l’immigrazione italiana si differenzi da quella francese. In Francia, le diverse etnie si chiudono in luoghi molto precisi e definiti nella città, mentre qui l’immigrazione è fluida, mobile, e ogni luogo è condiviso da tutti. Non esiste, qui, una distanza tra il luogo centrale, in cui vivrebbe la popolazione italiana, e i luoghi marcati dall’immigrazione. Camminando nella città, si nota una popolazione mescolata. E’una cosa che mi ha colpito, una cosa del tutto nuova, almeno per me, che sono francese

Valérie Jouve è nata nel 1964 à Saint Etienne. Ora vive e lavora a Parigi.

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