concept 2014

Vedere. Uno sguardo infinito

Luigi Ghirri ha fatto scuola, non c’è niente da dire. Le sue immagini, proprio per la loro forza convincente, sono diventate “icone” – come stigmatizza la sezione più importante della mostra partita dal Maxxi di Roma e che costituirà un grande evento di questa nona edizione di “Fotografia Europea” – e hanno ispirato fotografi che ne hanno sviluppato gli spunti in molteplici direzioni; il suo sguardo, il suo processo di lavoro, le sue “carezze fatte al mondo” – come dicevano lui e Gianni Celati delle fotografie di Walker Evans –, la sua “metafisica” italiana, le sue tematiche ricorrenti sono diventati delle cifre riconoscibili che hanno aperto vie che altri hanno voluto seguire; il suo progetto di “nuovo paesaggio italiano” e la sua stessa posizione di lateralità – Italia ai lati è uno dei suoi titoli più famosi –, di equilibrio tra le agitazioni delle avanguardie e la passione degli amatori, la sua sicurezza anche, che molti suoi scatti presuppongono, hanno inciso nel modo di voler essere di molti fotografi. Ghirri ha rappresentato, personificato, in senso forte, tutto questo e molto altro. Ma perché ribadirlo oggi? Perché è realmente molto sentito di nuovo oggi?

Perché oltre a tutti gli aspetti che abbiamo elencato di lui e della sua opera tutti, tornati attuali, a noi interessa in modo particolare il fatto che oggi si possa forse interpretare il suo “pensare per immagini” – la sintesi più nota del suo percorso e il titolo della mostra a lui dedicata – come qualcosa che si avvicina a quello che potremmo indicare come un “puramente visivo”, un annuncio di una versione del “pictorial turn”, per noi nel solco e con qualità di sintesi di quanto “Fotografia Europea” ha cercato di rintracciare e delineare in tutte le sue edizioni.
Pensare per immagini significa allora che anche il pensare non è più lo stesso, perché non possiamo limitarci alla ricerca e alla codifica di una grammatica della visione, ma siamo chiamati ad aprirci a un visivo, dove le immagini non si limitano a provocare pensieri, ma li evidenziano nella loro autonomia, li svolgono e li organizzano in modo diverso dalle parole. Significa soprattutto che tra pensare e vedere non vi è un legame scontato, un diretto passaggio dall’uno all’altro, quanto piuttosto uno scarto, una sospensione, una diacronia, che declina in tutta la loro peculiarità quelle che chiamiamo “immagini”. Le fotografie ci fanno vedere cose mai viste, ce le fanno vedere diversamente, ci fanno vedere ciò che gli altri di solito non notano o in un modo che abitualmente non immaginano, ma soprattutto ci fanno vedere nel senso di un invito a guardare, a disporsi allo sguardo, a lasciare che lo sguardo guardi per noi, che colga ciò che l’immagine ha di peculiare, di intraducibile, di incolmabile e di come venga a far parte della nostra mente, della nostra memoria, come del mondo che viviamo.

È proprio la nascita della fotografia ad averci insegnato tutto questo , a farci vedere il mondo come il punto sorgente delle immagini e a guardarlo con cura, a trovare il risvolto etico dello sguardo. La fotografia non si limita infatti a immobilizzare lo sguardo, ma lo trattiene restituendogli un movimento, un controtempo che lo assorbe in se stesso e lo restituisce all’incanto della sua visione. Immagini che rivelano l’infinità del mondo e l’infinita interna dello sguardo. Il tutto riflesso, per un attimo senza fine, nei nostri occhi, che si fanno specchio del mondo.

Seeing. An infinite gaze

Luigi Ghirri led the way, there is no denying it. His images, because of their impressive force, have become “icons” – as underscored by the most important section of the exhibition coming from the MAXXI in Rome that will be a major event in the upcoming ninth edition of Fotografia Europea – and they inspired photographers who developed the ideas in multiple directions. His way of seeing, his work process, his “caresses of the world” – as Ghirri and Gianni Celati said of the photographs of Walker Evans -, his Italian “metaphysics”, and his recurring themes became recognisable ciphers that blazed trails that others wanted to follow.
His “new Italian landscape” project and his own “lateral” position – Italia ailati is one of his most famous titles (a play on words: ailati is ‘Italia’ written backwards; ai lati means ‘on the sides’ or ‘on the outskirts’) -, balancing between the unrest of the avant-garde and the passion of amateurs, as well as his sure eye, which many of his shots imply, all influenced the way many photographers wanted to be. Ghirri represented, personified in the strict sense, all this and much more. But why reassert this now? Because it really is keenly felt again today?

In addition to all the aspects we have listed about Ghirri and his work, all once again topical, we are particularly interested in the fact that today one can perhaps interpret his “pensare per immagini” (thinking in images) – the most well-known synthesis of his process and the title of the exhibition dedicated to him – as something that comes close to what we might describe as a “purely visual”, the announcement of a version of the “pictorial turn”, for us ongoing, having the quality of a synthesis of that which Fotografia Europea has attempted to trace and delineate in every edition.
Thinking in images, then, means that even the thinking is no longer the same, because we cannot limit ourselves to seeking and codifying a grammar of seeing; rather, we are called to open ourselves up to a visual, where the images are not limited to provoking thoughts but highlight them in their autonomy, amplifying them and organising them in a different way than words. Above all, it means that there is not a given connection between thinking and seeing, a direct transition from one to the other, but rather a gap, a suspension, a diachrony, which inflects what we call “images” in all their peculiarity. Photographs allow us to see things we have never seen before, they make us see them differently, they make us see what others do not usually notice or in a way that we do not usually imagine. But most of all they make us see in the sense of an invitation to look, to ready ourselves for seeing, to let our gaze look for us, to allow it to grasp what the image possesses that is peculiar, untranslatable, immense, and how it comes to be part of our mind and our memory, as of the world in which we live.

It was the birth of photography that taught us all this, that made us see the world as the source point of images and look at it carefully, to find the ethical implication of the gaze. Photography is not limited to immobilising the gaze but holds it by giving it movement, a syncopation that absorbs it into itself, and restores it to the enchantment of its vision. Images that reveal the infinity of the world and the inner infinity of the gaze. All reflected, for an endless moment, in our eyes, which become the mirror of the world.