interviste | Marinella Paderni

La ricerca fotografica è in grado di aiutarci ad avere un atteggiamento critico nei confronti della “società dello spettacolo”?

Proprio perché la nostra società dello spettacolo si basa sull’inversione della vita in finzione spettacolare, e essendo la fotografia un dispositivo dello sguardo che si muove agilmente nel territorio ambiguo dell’illusione e della messa in scena, come pure del disvelamento della realtà, la ricerca fotografica è assolutamente rivelatrice di quei meccanismi percettivi che sottendono la fascinazione collettiva per le immagini. La fotografia interviene sempre sulla coscienza dell’esserci, sul bisogno antropologico di esistere come immagine e di “sparire” al contempo dentro un mondo sfavillante d’immagini. La fotografia può renderci lucidi e attivi davanti al potere mediatico della telepresenza poiché ci pone di fronte ad un doppio iconico, l’immagine di un’immagine, realtà tanto più lontana dall’essere quanto più vicina all’apparire.

In passato i fotografi ci hanno fatto scoprire territori e genti irraggiungibili. Ma ora che tutto è mappato, controllato e storicizzato, è rimasto qualcosa che può sorprenderci nel mondo?

Se così non fosse, non saremmo ancora tanto dipendenti dalle immagini e dal loro potere immaginifico.  A dispetto della società spettacolare, la fotografia ha ancora la magia unica e irripetibile dell’istante, un frammento di tempo in cui l’eternità diventa immagine. È la poesia dell’attimo colto mentre che sta fuggendo, come quella bellissima fotografia di Gabriel Orozco (Breath on piano, 1993) che immortala la traccia di un respiro temporaneo, in dissolvenza, sopra un pianoforte… Forse se non c’è più sorpresa, è sparita dall’occhio di chi guarda.

Scienza e fotografia: che relazione hanno nel panorama contemporaneo?

Un rapporto più stretto di quanto comunemente non si pensi, basta guardare alla fotografia documentaria impiegata in campo scientifico e soprattutto al fenomeno culturale tutto contemporaneo del “mal d’archivio” – la tendenza anche in campo artistico a lavorare sugli archivi fotografici per creare delle possibili contro-narrazioni della storia e della scienza, facendo emergere nuovi significati plausibili. Un altro aspetto che condividono in comune è l’idea di intuizione che precede ogni scoperta scientifica e ogni creazione artistica, il saper vedere anche là dove sembra esserci solo buio e non sono visibili quei segni che lo farebbero presupporre.

Quale è il rapporto tra l’attimo dello scatto e la lunga durata della memoria?

C’è tutto un mondo dentro questo tempo esteso che s’instaura tra l’uno e l’altra. Una forma di temporalità attiva, dove l’istante si eternizza nell’immagine sotto forma di presente sempre aperto e dinamico. Anche se quell’attimo è deposito di un passato, l’ombra di quel tempo continua a essere vivificata dal nostro sguardo e dalla nostra memoria. Questa è un’altra delle ragioni per cui la nostra epoca vive la fascinazione per la fotografia d’archivio, sia essa analogica che digitale, di cui parlavo sopra. L’immagine fotografica ci dà la possibilità di rendere la memoria una realtà attiva e non qualcosa di morto, o peggio di obsoleto, lontana dal divenire della storia. Su questa dimensione magica della fotografia, Jean-Christophe Bailly ha scritto pagine memorabili.