Concept 2013

Cambiare. Fotografia e responsabilità

Perché cambiare? Se la società attuale è passata da una società della disciplina a una società della prestazione, l’invito al cambiamento sembrerebbe rispondere, e nel modo più profondo possibile, proprio allo sforzo che ogni giorno chiediamo a noi stessi perché le nostre prestazioni siano all’altezza del mondo che viviamo. Eppure il solo accorgerci che siamo passati dalla disciplina alla prestazione significa aver colto prima di tutto un cambiamento. L’invito a cambiare riguarda allora, prima di qualsiasi altra considerazione, a come guardiamo il cambiamento stesso. Non si tratta né di averne paura, né di inneggiare alle sue novità, quanto piuttosto di misurarci sul come, in un modo o nell’altro, ne siamo parte, di come noi stessi stiamo cambiando nei cambiamenti che siamo chiamati a vivere. Qui risiede la vera responsabilità che ognuno di noi deve assumere nei confronti del cambiamento; ed è soltanto attraverso questa responsabilità che possiamo anche provare a rimanere fedeli a noi stessi.

D’altronde è anche vero che l’uomo ha spezzato la ciclicità che sta alla base di ciò che è naturale, ha aperto un percorso storico che pesa quasi esclusivamente sulle proprie decisioni. I cambiamenti vanno allora anche osservati, monitorati, immaginati; quando è necessario vanno anche denunciati, perché non è detto che ogni cambiamento sia un valore in sé, non è detto che questo essere usciti dai cicli della natura non comporti processi che possono snaturarci sempre di più, allontanarci sempre più da ciò che di umano rimane ancora in noi.

Il cambiamento è come il tempo, si lascia leggere nel suo scorrere, ma ci porta via con sé. Per questo richiede un continuo esercizio, in particolare un continuo esercizio del nostro sguardo. Ci può capitare infatti di denunciare, come cifra di un cambiamento che non avremmo voluto registrare, la scomparsa di qualcosa, ma è anche il nostro sguardo che deve imparare a guardare in modo diverso per poterla incontrare altrove, per scoprire che ora è lì a raccontarci un’altra storia, a rappresentare qualcosa di diverso.

Potremmo allora provare a sintetizzare così: “cambiare” non è solo un infinito, ma anche un imperativo. Ecco perché l’idea che proponiamo del cambiamento non è di cercare le risposte su che cosa aspettarsi dal futuro, ma come affrontare il nostro presente, come viverlo, come sentirsi in questo momento dentro al cambiamento che il mondo e noi stessi siamo.

Abbandoniamo le false promesse e i buoni propositi rivolti a un futuro destinato comunque a essere sempre tradito, lasciamo ai moralisti e agli ossessivi la pretesa dei valori ideali e delle buone utopie, lasciamo agli ipocriti mascherati e ai lobbisti convinti gli interessi nascosti, infine ai patiti e ai sempre finti giovani le eccitazioni del nuovo tecnologico e ottimista. Chiediamoci invece, in un mondo che cambia senza sosta, che cosa siamo in grado di cogliere e che cosa siamo capaci di condividere e rendere bene comune di questi continui mutamenti.

La fotografia ha molto a che fare con tutto questo, anzi, da quando esiste potremmo affermare che il cambiamento è la sua cifra privilegiata. In senso classico ne è la registrazione, l’immagine che ferma il tempo e permette poi il confronto del passato con il presente. Roland Barthes ha infatti parlato di un “futuro anteriore” della fotografia, cioè il futuro anticipato, già presente nell’immagine fissata. I fotografi poi sono spesso dei cacciatori di segni del futuro già dentro al presente, le sue novità, le sue prefigurazioni. Con l’avvento del digitale il futuro possibile sembra disegnabile come in un racconto o in un film di fantascienza.

Il cambiamento è in altri termini la sostanza stessa della fotografia: quando e perché scatto? Quando e perché decido di cogliere qualcosa, che poi non sarà più, che rimarrà solo in quell’immagine, comunque sia? Il click è il micro-intervallo della esitazione-decisione di fissare la novità e l’unicità di quell’immagine, che in effetti si vede per un solo momento esclusivamente all’interno dell’apparecchio fotografico, ma che in quel solo attimo del suo apparire dentro la macchina è già parte integrante della realtà che abbraccia.

Ogni concezione della fotografia è allora anche una concezione del cambiamento. Esso non è tanto il soggetto rappresentato dalla fotografia, ma la sua stessa sostanza: la sua forma.

Così insieme e oltre la fotografia documentaria, Fotografia Europea propone di ripartire dalla sorpresa di uno sguardo che vede il cambiamento come se ciò che ha davanti agli occhi lo vedesse per la prima volta, come se le immagini fossero una restituzione del reale di cui lo sguardo è parte integrante, una modalità abitualmente trascurata in cui tuttavia è il reale che appare a se stesso. È quello che sembra sia accaduto ai cosiddetti pop, o nuovi topografi, che come d’un tratto, e con sorpresa, si sono accorti che il mondo intorno a loro era cambiato e che era cambiato il loro sguardo: che anche un’area di servizio era un paesaggio, che anche un cartellone pubblicitario può diventare improvvisamente significativo a seconda di come lo si guarda, che gli oggetti parlano, che le star del cinema sono immagini di nuovo tipo, che le atmosfere sono metafore, che nuovi gesti sono in realtà un nuovo linguaggio. Il pop ha visto il cambiamento e invece di farne un’ideologia o un contenuto, ne ha fatto uno sguardo e un linguaggio condivisibile da tutti.

È da qui che vorremmo ripartire, da un cambiamento che non è un lampante scenario futuribile, ma una sottile linea rossa di cui siamo parte, perché il cambiamento appartiene al nostro sguardo e attraversa in ogni momento le nostre parole. Solo così si fa meno manipolatorio, diviene più responsabile, più aperto verso gli altri, meno chiuso sulla pretesa di evidenza e chiama invece in causa le scelte e l’impegno che in termini inaggirabili riguardano ognuno e ognuna di noi.

Change. Photography and Responsibility

Why change? If our current society has passed from being a disciplinary society to a performance society, then the invitation towards change would seem to respond, in the deepest way possible, precisely to the efforts that we demand of ourselves each day so that our performance is in line with the world we live in. And yet, just realising that we have moved from discipline to performance means first of all having grasped a change. Before any other consideration, then, the invitation regards how we view change itself. It is not about being afraid, or about extolling the new it brings, but rather about confronting how, in one way or another, we are part of it, how we ourselves are changing within the changes that we are called upon to live. Herein lies the real responsibility that each of us must assume towards change; and it is only through this responsibility that we can also try to remain faithful to ourselves.

On the other hand, it is also true that humankind has broken the cyclicity that underlies the natural world; we have embarked on a historic path that weighs almost exclusively on our own decisions. So changes must also be observed, monitored, and imagined, but when necessary they must also be denounced, because not every change is a value in and of itself, and this breaking away from the cycles of nature could lead to processes that will increasingly “denature” us, distancing us more and more from the human that still remains in us.

Change is like time, as it can be read in its passing but takes us along with it. Hence it requires continuous exercise, in particular the continuous exercise of our gaze. It may happen that we denounce the disappearance of something, as the sign of a change that we would not have wanted to note, but our gaze must also learn to look in a different way in order to encounter it elsewhere, to discover that now it is there to tell us another story, to represent something different.

So we could try to sum it up like this: “to change” is not only an infinitive, but also an imperative. This is why the idea of change we propose is not that of looking for answers on what the future holds for us, but how to confront the present, how to live it, how to feel in this moment within the change that the world and we ourselves are.

Let us abandon the false promises and the good intentions directed towards a future that is always destined to be betrayed anyway. Let us leave the pretence of ideal values and good utopias to the moralists and the obsessives. Let us leave the hidden interests to the masked hypocrites and the lobbyists, and the
excitements of the technological and optimistic new to the over-eager enthusiasts and the false youth. Instead, let us ask ourselves, in a world that changes relentlessly, what we are able to grasp and what we are able to share and make a common good of these continuous changes

Photography has much to do with all this; indeed, since its inception we could assert that change is its privileged cipher. In the classical sense, photography records change, in the image that stops time and then enables a comparison of the past with the present. Roland Barthes spoke about an “anterior future” of photography; that is, the future anticipated, already present in the fixed image. Photographers, then, are often hunters of signs of the future already within the present, its new elements, its foreshadowings. With the advent of digital technology, it seems that the possible future could be designed like in a science-fiction story or film.

Change, in other words, is the substance of photography itself: When and why do we click the shutter? When and why do we decide to capture something that will then no longer be, that will remain only in that image, whatever it may be?

The click is the micro-interval of hesitation-decision to fix the newness and uniqueness of that image, which is actually seen for only a moment exclusively inside the photographic apparatus, but which in that single instant of its appearance inside the camera is already an integral part of the reality it embraces.

Every conception of photography, then, is also a conception of change. Change is not so much the subject represented by the photograph, but its actual substance: its form.

So along with and beyond documentary photography, Fotografia Europea proposes to start anew from the surprise of a gaze that views change as if that which is before your eyes you are seeing for the first time, as if the images were a restitution of the real, of which the gaze is an integral part, a surprise that is generally neglected but in which, nonetheless, it is the real that appears to itself. This is what seems to have occurred to the so-called Pop artists, or the photographers of New Topographics, who suddenly, and with surprise, realised that the world around them had changed and that their way of looking at it had changed, that even a petrol station is a landscape, that a billboard can suddenly become meaningful depending on how one views it, that objects speak, that movie stars are images of a new type, that atmospheres are metaphors, that new gestures are in reality a new language. Pop art saw the change, and instead of making it an ideology or content, made it a way of looking and a language that could be shared by all.

It is from here that we would like to start anew, from change that is not a glaring futuristic scenario but a thin red line of which we are all part, because change belongs to our gaze and runs through our words in every moment. Only in this way does it become less manipulative and more responsible, more open to
others, less closed on the pretence of evidence, instead bringing into play the choices and the commitment that inescapably regard each and every one of us.